Uva da tavola: senza una regia la filiera resta un coro stonato

Scritto da:

Nel mondo dell’uva da tavola non mancano le occasioni per incontrarsi. Fiere, convegni, tavole rotonde, inaugurazioni di campagne. Ci si vede spesso, ci si parla molto, ci si confronta anche. Ma alla fine resta sempre la stessa domanda sospesa: chi fa sintesi?

Perché il vero problema della filiera non è la mancanza di dialogo. Il problema è la mancanza di una regia.

La stagione dell’uva da tavola è entrata da anni in una fase nuova: nuove varietà, nuovi modelli di consumo, nuove esigenze della distribuzione, nuovi competitori internazionali. È cambiato tutto, tranne una cosa: la frammentazione delle decisioni.

Ognuno investe per conto proprio. Ognuno pianta varietà seguendo strategie individuali. Ognuno interpreta il mercato con le proprie informazioni. Il risultato è quello che vediamo ogni anno: squilibri produttivi, sovrapposizioni varietali, fasi di mercato congestionate e altre completamente scoperte.

In una filiera moderna questo non dovrebbe accadere. Non perché qualcuno debba imporre cosa piantare o quanto produrre, ma perché qualcuno dovrebbe avere la responsabilità di osservare il sistema nel suo complesso.

Ed è qui che torna centrale la politica aggregativa.

Per troppo tempo il concetto di aggregazione è stato raccontato come una formula generica: fare massa critica, presentarsi uniti, avere più forza sul mercato. Tutto vero, ma oggi non basta più.

L’aggregazione, oggi, deve diventare soprattutto governance.

E in questo scenario la Commissione Nazionale Uva da Tavola non è soltanto uno strumento di trasparenza sui prezzi. Può e deve diventare qualcosa di più: il luogo in cui la filiera si osserva, si misura e prova a coordinarsi.

Negli ultimi anni, infatti, la CUT ha iniziato a costruire alcuni strumenti concreti che vanno proprio in questa direzione.

A partire dal catasto varietale, un passaggio fondamentale per dare alla filiera una fotografia reale e aggiornata delle superfici coltivate, delle varietà presenti e della loro distribuzione temporale. Non è un dettaglio tecnico: è la base per evitare sovrapposizioni, programmare meglio le produzioni e leggere in anticipo i possibili squilibri di mercato.

Accanto a questo, la CUT ha lavorato alla costruzione di dossier sui mercati esteri, con l’obiettivo di supportare l’apertura di nuovi sbocchi commerciali e ridurre la dipendenza da mercati ormai saturi o troppo competitivi. Un lavoro meno visibile rispetto alle dinamiche quotidiane dei prezzi, ma decisivo per il futuro dell’export pugliese.

C’è poi un altro ambito strategico, spesso sottovalutato ma sempre più centrale: quello della difesa fitosanitaria. Anche qui la CUT ha avviato un percorso di confronto per arrivare a una proposta condivisa che renda la difesa colturale più omogenea e sostenibile. In un contesto in cui le richieste della distribuzione e dei mercati internazionali sono sempre più stringenti, avere approcci disallineati tra aziende significa perdere competitività.

Questi strumenti indicano una direzione chiara: passare da una filiera che reagisce a una filiera che pianifica.

E proprio per questo la funzione strategica della CUT diventa ancora più importante.

Perché la domanda che la filiera deve porsi non è se incontrarsi di più. Gli incontri non mancano. Le fiere nemmeno. I momenti di confronto sono ormai continui.

La domanda vera è un’altra: qual è il luogo in cui queste discussioni diventano decisione?

Dove si costruisce una visione condivisa?
Chi ha il compito di leggere i segnali del mercato e restituirli alla filiera?

Se ogni confronto resta confinato nel perimetro di un evento, il rischio è che la filiera continui a parlare molto senza mai decidere davvero.

Per questo la CUT può diventare molto più di un tavolo tecnico. Può diventare il punto di riferimento per la governance della filiera: il luogo dove le informazioni si raccolgono, le dinamiche si analizzano e le scelte strategiche trovano finalmente un coordinamento.

Non si tratta di centralizzare il potere, ma di organizzare l’intelligenza collettiva della filiera.

Perché l’uva da tavola pugliese ha dimostrato di saper innovare, di saper investire, di saper competere sui mercati internazionali.

Gli strumenti iniziano ad esserci: conoscenza varietale, apertura ai mercati, tentativi di armonizzazione tecnica. Ma senza un salto di qualità nella capacità di trasformare queste informazioni in scelte condivise, il rischio è che restino iniziative isolate.

Quello che ancora manca è una regia.

E senza una regia, anche il miglior coro rischia di restare solo una somma di voci.

Autore