Uva da tavola: il problema non è nei campi

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Negli ultimi anni il comparto dell’uva da tavola è stato interessato da profonde trasformazioni, legate sia all’evoluzione varietale sia ai cambiamenti nelle dinamiche di consumo e di scambio sui mercati nazionali e internazionali. In questo contesto, l’attenzione e degli operatori si è concentrata prevalentemente sugli aspetti produttivi, mentre risulta ancora limitata la diffusione di analisi sistematiche orientate alla comprensione della domanda, dei comportamenti di acquisto e dei meccanismi di valorizzazione commerciale del prodotto.

L’analisi  realizzata da Ingrasell, studio di ricerche di mercato, marketing e comunicazione guidato da Doriana Ingravallo, data analyst specializzata in ricerche di mercato per il business, è partita da un cambio di prospettiva, dalla volontà di osservare il comparto dell’uva da tavola da una prospettiva diversa da quella tradizionale, spostando l’attenzione dai campi al mercato, da chi produce a chi compra, da chi sceglie – o non sceglie – di mettere l’uva nel carrello. Comprendere a chi vendiamo, e farlo attraverso l’analisi dei dati reali e disponibili, significa aumentare la competitività del settore andando oltre la sola leva del prezzo.

La fotografia italiana mostra un comparto produttivamente solido. In Italia il 58% dell’uva da tavola prodotta è senza semi, mentre il 42% è ancora rappresentato da varietà con semi; gli impianti senza semi presentano un’età media più elevata rispetto a quelli tradizionali. La Puglia si conferma il fulcro produttivo nazionale: nel 2025 la produzione stimata varia tra 420.000 e 520.000 quintali, mentre nel 2024 si attestava tra 415.000 e 513.000 quintali. La regione produce circa il 70% dell’uva da tavola italiana, risultando la prima in Europa per quantità. Eppure emerge un paradosso evidente: a fronte di circa 450.000 tonnellate esportate dall’Italia, la Spagna – che ne esporta circa 320.000 – riesce a valorizzare meglio il prodotto sui mercati internazionali. Ne deriva una domanda cruciale: com’è possibile produrre di più e meglio, ma incassare meno? Secondo l’analisi di iNGRASELL, il problema non è produttivo ma strategico. Il sistema funziona, ma manca una pianificazione commerciale fondata sui consumi reali: non esiste un monitoraggio strutturato dei mercati target, il dialogo con i buyer avviene spesso solo a raccolta avviata, con prezzi imposti e scarsa fidelizzazione. A questo si aggiunge una domanda interna debole, pari a circa 2 kg pro capite all’anno.

È in questo contesto che la ricerca di mercato diventa uno strumento centrale. Capire se qualcuno vuole davvero il prodotto significa analizzare domanda, competizione, maturità del mercato, trend, brand, target e benchmark. L’osservazione dei trend mostra mercati in crescita, come la Svezia, accanto ad altri più stabili, dove diventa necessario differenziare o diversificare. Il confronto con casi reali, come quello del Grupo El Ciruelo in Spagna, evidenzia come lo studio della concorrenza permetta di intercettare l’interesse del mercato e costruire posizionamenti più solidi. Al contrario, l’assenza di analisi porta a sovrapproduzione di varietà a basso margine, concorrenza esclusivamente sul prezzo, riduzione dei margini ed effetti negativi sul territorio. La ricerca diventa quindi una vera bussola per il business: uno strumento indispensabile per mantenere la rotta e anticipare il mercato. Accanto ai dati resta l’intuizione, talento umano da non ignorare, ma che – per generare valore – deve essere sempre validato attraverso l’analisi.

Autore

  • Francesca Galizia

    Mi chiamo Francesca Galizia e sono laureata in Agraria. Questo settore, per me, è croce e delizia: complessità, stupore, ma anche fatica. Il mondo agricolo è estremamente eterogeneo e capirne le dinamiche non è spesso facile, ma è talmente affascinante e ricco che staccarcisi è impossibile. C'è una frase che mi accompagna da quando ho iniziato il mio percorso di studi e che penso non mi abbandonerà mai: “In agricoltura non c'è una risposta universale, l’unica risposta possibile è: ‘dipende’.”

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