Un’ora per l’agricoltura: tra mito e realtà
La proposta di Riccardo Cottarella di dedicare un’ora settimanale all’agricoltura nelle scuole italiane ha acceso un dibattito interessante. Da un lato, l’idea di avvicinare i giovani al mondo della produzione primaria ed alla cultura del cibo sembra quanto mai opportuna: l’agricoltura non è solo un settore economico, ma il cuore della nostra identità culturale e alimentare. Dall’altro, emerge una contraddizione quasi ironica: questa proposta arriva da un enologo, figura che rappresenta il culmine della trasformazione del prodotto, e non dalla filiera produttiva, dall’agricoltore che davvero coltiva, zappa, semina e raccoglie.
In questo senso, l’agricoltore sta assumendo un ruolo quasi simbolico: non più solo un operatore economico, ma una figura mitica, quasi un eroe moderno, l’ultimo anello diretto tra la terra e il consumatore. È l’agricoltore come icona della sostenibilità, della tradizione e della qualità, mentre la società sembra aver perso il contatto con la realtà della coltivazione.
E il paradosso è evidente ed ha origine da quel fenomeno chiamato urbanesimo. Tra il 1800 ed il 1900 non siamo solo andati via dalle campagne per approdare nelle città, nei centri urbani, abbiamo deciso di chiudere completamente con quel mondo, intriso di fatica ma anche estremamente prezioso. Cosa ne è derivato? Oggi la dieta mediterranea è patrimonio UNESCO, celebrata nel mondo come modello di salute e di cultura alimentare, eppure fatichiamo a distinguere un cetriolo da un carosello, o un’amarena da una ciliegia. Il cibo è diventato più oggetto di consumo che di conoscenza, e le radici culturali legate al territorio si affievoliscono.
In questo contesto, l’ora di Cottarella potrebbe essere un’occasione preziosa per colmare il divario tra mito e realtà. Ma resta la domanda: perché non sono gli agricoltori, le cooperative e le associazioni di produttori a farsi promotori di questa iniziativa? Perché l’idea viene da chi trasforma, lavora con bottiglie e mercati, e non da chi fa crescere la materia prima? Forse perché oggi l’agricoltore è più un simbolo da raccontare che una voce ascoltata nei processi decisionali.
In ogni caso, se l’obiettivo è far conoscere il cibo ai giovani, far capire cosa significa “coltivare”, “selezionare” e “rispettare la stagionalità”, allora bisognerà costruire percorsi concreti: visite in campagna, laboratori pratici, assaggi guidati, spiegazioni su varietà tradizionali e tecniche locali. Solo così l’agricoltore smetterà di essere un mito distante e diventerà un riferimento concreto, capace di trasmettere ai ragazzi la cultura e la responsabilità di chi produce cibo.
La proposta di un’ora per l’agricoltura è quindi un buon inizio, ma per essere efficace dovrà trasformarsi da gesto simbolico in esperienza reale, portando i giovani a conoscere la terra e i suoi frutti prima ancora di aprire una bottiglia.