Tutti a Berlino per omaggiare il tricolore… molte chiacchiere e i frutti?

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“Close the stable door when the horse has bolted”

L’altro giorno scherzavo durante la Fruit Logistica con un amico straniero che commentava la vistosa presenza di tutti i presidenti delle organizzazioni di categoria, del viceministro all’agricoltura (si può dire ancora?!) e di tutti i portatori di interesse della filiera.

Tutti a Berlino per omaggiare l’ortofrutta tricolore. Quella che fa record di esportazione. Quella che rappresenta il fiore all’occhiello del sistema agroalimentare italiano. Quella che rappresenta la qualità, la voglia di innovazione, la capacità di competizione…e bla bla bla.

Chiacchiere. Qua si parla e si corre il rischio che si chiuda la porta della stalla quando i buoi sono scappati. All’improvvido oratore, sia figura istituzionale o rappresentante di qualsivoglia organizzazione, mi viene da chiedere: ma cosa si è fatto in questi anni per il comparto ortofrutticolo? Mi basta una sola risposta, dico una!

La verità la voglio dire senza giri di parole: il settore è stato lasciato a se stesso e se è stato in grado di “performare” lo ha fatto solo contando sulle proprie forze, facendo sistema, creando sinergie virtuose e cercando di rinnovarsi attraverso il networking.

A Berlino erano presenti molti operatori italiani, ma è anche vero che la scena è stata rubata da nazioni come la Spagna o la Grecia che hanno presentato in fiera non solo dei nuovi prodotti, ma anche delle vere e proprie novità dal punto di vista della logistica per invadere e aggredire i mercati di tutto il mondo. Eppure la verità che raccontiamo è rosea, all’insegna del va tutto bene.

Dalle proiezioni su dati Istat relativi ai primi dieci mesi dell’anno divulgate in occasione della fiera è emerso quanto le esportazioni italiane di frutta e verdura fresche e trasformate siano aumentate dell’8% superando così la soglia dei 10 miliardi di euro.

Bene partiamo da questi dati. E’ interessante comparare l’upgrade che hanno compiuto i nostri competitor che in pochi anni hanno rivoluzionato dall’interno il loro sistema agroalimentare, la loro capacità di fare impresa, la loro integrazione tra mondo della ricerca e comparto produttivo, la capacità di creare varietà da vendere in esclusiva a tutto il mondo, imponendo di fatto una dinamica monopolistica in alcuni settori.

E la nostra politica cosa ha fatto per decenni? Fallimenti con la “F” grande quanto una casa. Non siamo in grado di governare il cambiamento. Perché la vera transizione già c’è stata e si chiama globalizzazione. Un treno che i paesi meno sviluppati hanno preso in corsa e noi che sedevamo in prima carrozza ci siamo addormentati.

E questo sonno beato continua. Perché dal Vietnam sono in grado di fare entrare la farina di insetti nel nostro mercato, ma noi non siamo in grado di farci approvare un protocollo d’ingresso dei nostri prodotti in Cina, la quale impone che vada processualizzato un dossier per volta, quindi se siamo in attesa di far entrare le pere, non possiamo fare entrare le mele.

Ed è in questi casi che la politica deve fare la politica. Deve sbloccare queste situazioni da cui dipende il presente di un settore, non il futuro. Però a noi piacciono tanto i proclami ed un +8% nelle esportazioni ci basta, senza sapere che la lettura comparata di un dato è quella che dà una chiave di interpretazione.

Nessuno parla dell’andamento della quota dei prodotti italiani sul mercato mondiale che è una misura della nostra performance competitiva internazionale. C’è una scarsa capacità di cogliere le enormi opportunità che si stanno aprendo con la crescita della domanda mondiale per le produzioni mediterranee (ortofrutta fresca e trasformata e olio d’oliva).

Da dieci anni quindi stiamo rincorrendo la quota di mercato che era già nostra, mentre altri paesi letteralmente volano. Di questo si parli e su questo la politica si attivi. Ricordandosi che il sistema agroalimentare in Italia vale 538 miliardi di euro e rappresenta il 25% del Pil.

Editoriale di Donato Fanelli

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