Sulle proteste l’opinione di “uno del mestiere”, Sergio Marini

Da “insider” come ha vissuto questi mesi di protesta? Quale interpretazione ha dato alle rivendicazioni?

Con tristezza e preoccupazione ma anche con molta speranza. Tristezza e preoccupazione perché nonostante gli sforzi che il mondo agricolo ha fatto in questi anni nella direzione della sostenibilità, dell’innovazione tecnologica, nella qualità e nella sicurezza alimentare versa in gravi difficoltà economiche e non si vede riconosciuto il giusto reddito. Ma anche speranza perché il fatto che gli agricoltori in primis abbiano deciso di scendere sulle strade e nelle piazze è un elemento di novità, forse così si riesce a scuotere una volta per tutte le coscienze dei cittadini, della politica e delle rappresentanze sindacali, perché alla base di tanto malcontento ci sono politiche sbagliate da rimuovere e una attenzione al settore spesso solo di facciata.

La mobilitazione nasce spontaneamente per una mancanza di fiducia nei confronti della rappresentanza tradizionale, che ha fallito nella sua mission principale che è quella appunto di “rappresentare e tutelare gli interessi dei soci.”  In questi anni sembrerebbe esserci stato una sorta di “baratto” tra la politica e la rappresentanza sindacale; la politica concede norme utili più a sostenere la rappresentanza più che i produttori e verrebbe ricambiata da una non incisività nell’azione sindacale o peggio da una accondiscendenza sul piano politico. Di tutto questo gli agricoltori si sono resi conto

 Sta di fatto che in Italia, a differenza di altri Paesi Europei, i produttori si sono dovuti muovere in proprio, anzi sono stati spesso ostacolati dalle stesse organizzazioni agricole, questa è probabilmente la cosa più grave, sta a significare che oggi più che mai è necessario una rivisitazione generale del ruolo e funzionamento dei corpi intermedi.

Oggi in che fase si è giunti?

Le azioni si sono realizzate in maniera spontanea per cui non coordinata, ma va detto però che si sono mossi gruppi su tutto il territorio nazionale e che un primo risultato importante è stato ottenuto: sono stati rimessi al centro del dibattito politico e sociale del Paese i problemi dell’agricoltura e del cibo,  questioni che riguardano tutti i cittadini soprattutto in un momento delicato come questo in cui si accavallano emergenze di ogni genere, geopolitiche, geo sanitarie, geo ambientali.  Questo è da anni che non si vedeva più. Inoltre, qualche piccolo segnale anche nei risultati spiccioli si è visto sia a livello nazionale sia a livello comunitario: poche cose ma frutto dell’azione di questa gente che in proprio si è mossa con i trattori.

Dopodiché è importante che ci sia un processo evolutivo. Non si può sempre rimanere sulle strade. È necessaria una aggregazione dei vari gruppi, ciascuno mantenendo magari la propria specificità perché ogni territorio porta con sé le proprie problematiche, non sempre sovrapponibili.  È necessario ora che facciano sintesi per rappresentare e rappresentarsi in maniera più organica, più incisiva, definendo  un programma, un’azione sindacale e un piano di comunicazione comune. Ritengo che queste cose le possono fare perché c’è un malcontento diffuso e profondo che merita un impegno altrettanto importante da parte di tutti nel fare un passo in avanti

Ritiene che la nascita di una organizzazione interna sfociata nella creazione di un’altra associazione di rappresentanza possa essere un valore aggiunto?

Se si tratta di proporre l’ennesima organizzazione agricola che nella forma e nella sostanza vada a sovrapporsi e a ricalcare i comportamenti e gli atteggiamenti di quelle che ci sono adesso direi proprio di no. Se invece l’obiettivo è quello di costituire un movimento dal basso in cui siano gli agricoltori veri protagonisti nel rappresentare le proprie problematiche, applicando una piena incompatibilità tra quello che è il ruolo sindacale e quelli che sono i servizi,  liberi e terzi rispetto al  resto della filiera  allora sì. Se dovesse nascere  un movimento di questo tipo e con queste caratteristiche penso proprio che potrebbe essere un valore aggiunto perché di un corpo intermedio di questo tipo  si sente la mancanza.

Oggi quello che mi pare si contesti alle rappresentanze tradizionali sono i conflitti di interessi. A monte della filiera con chi fornisce mezzi tecnici, a valle con il mondo della trasformazione e distribuzione, in mezzo con la prestazione diretta di servizi agli agricoltori, insomma le stesse rappresentanze spesso sono considerate parte e controparte. Alla fine, il socio, che dovrebbe essere l’unico soggetto al centro di ogni politica ed azione rivendicativa si sente solo strumento, quasi un semplice cliente di un’operazione in cui gli interessi sono ad altre parti. Se a questo si aggiunge la percezione della tacita convivenza tra la rappresentanza e politica la quadratura del cerchio è fatta. Ecco se qualcosa può nascere deve essere il più possibile lontana dal modello attuale.

Come si può invertire la narrazione distorta che si fa dell’agroalimentare che, di fatto, utilizza l’agricoltura solo come leva di marketing quando poi si importano sempre più quelle che un tempo erano le eccellenze agricole solo italiane?

Negli ultimi decenni è stata fatta un’operazione importantissima nella costruzione di una agricoltura sostenibile ed anche di rivisitazione dell’immagine dell’agricoltore che è visto oggi come una figura di imprenditore all’avanguardia che produce qualità, sicurezza alimentare, sostenibilità ambientale e sociale, per cui una figura decisamente positiva.

 Io ricordo tutte le azioni che sono state fatte con il progetto delle vendite dirette di campagna amica, del km zero, del made in italy e della etichettatura di origine, lotta alle contraffazioni i percorsi verso la sicurezza alimentare, verso la qualità, verso la vicinanza al consumatore, tutte azioni tese a costruire un’immagine positiva intorno all’agricoltura e agli agricoltori italiani. Il passo successivo doveva essere quello di trasferire questa immagine e questa giusta considerazione sociale in potere negoziale lungo la filiera. Si voleva creare una filiera agricola italiana in cui l’agricoltore fosse protagonista e in qualche maniera partecipante o controllante, con vantaggi anche di carattere economico. Questo progetto è stato completamente smantellato anzi sono venute avanti iniziative in cui la parte agricola non solo non ha acquisito potere lungo la filiera, ma l’ha perso definitivamente svendendo o trasferendo colpevolmente quel patrimonio di immagine e considerazione frutto di anni di impegno e sacrifici, a grandi gruppi della distribuzione e dell’industria alimentare i quali possono oggi vantarsi di una Italianità agricola della quale spesso non hanno proprio niente.  Questo è stato un errore, se di errore si tratta, gravissimo e imperdonabile. Tornare indietro oggi è veramente difficile, è difficile farlo perché più che di un fallimento sarebbe giusto parlare di un tradimento. Per altro allo stato attuale assistiamo ad una strozzatura strutturale nella filerà agroalimentare: a fronte di 600/700 mila imprese agricole troviamo a monte e a valle tre o quattro grandi multinazionali che producono mezzi tecnici di 3 o 4 gruppi della grande distribuzione che acquistano prodotti agricoli.

È quindi evidente che l’agricoltore non può essere competitivo, non ci sono le condizioni per esserlo, le economie di scala non le può applicare ne sarebbe utile o possibile concentrare la produzione agricola in pochi grandi gruppi multinazionali e smantellare le agricolture famigliari e artigianali, disegno a cui sembrano mirare le politiche globali (ed anche Europee), modelli per altro pericolosissimi oltre che dannosissimi per tutti.

Ecco, dunque, che per competere alla pari servono le politiche.

Serve però una politica libera e prima ancora una più incisiva e la libera rappresentanza che non si presti a compromessi al ribasso come in questi anni troppo spesso è successo.

E successo ad esempio con la  emanazione della legge di recepimento della direttiva comunitaria, sulle  pratiche commerciali sleali.  Si potevano fare in quell’occasione tantissime cose (e le si possono fare tutt’oggi) per garantire il  giusto prezzo, evitare vendite sotto il costo di produzione, limitare il potere dei  grandi soggetti  cooperativi e non all’interno della filiera, tutti strumenti normativi che potevano  essere messi in atto  non per tutelare l’agricoltura ma per metterla in condizioni di pari competitività.

 Molte altre cose la politica può fare, ad esempio per limitare il dumping esercitato da altri paesi sui prodotti importati, di carattere sociale (es. regole del lavoro), sanitario (es. regole sanitarie), amministrativo (es. carico burocratico), culturale (es. italian saunding). Insomma, tanta strada ancora da fare, ma già percorrerla nella direzione giusta sarebbe un primo risultato!

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