Sicurezza, legalità e burocrazia in agricoltura: il paradosso di un sistema che spaventa chi produce e lascia soli gli onesti

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La lotta al caporalato e la tutela della legalità in agricoltura non sono negoziabili: chi fa impresa agricola alla luce del sole chiede giustamente regole certe, controlli rigorosi e tolleranza zero verso chi sfrutta i lavoratori. Tuttavia, quando l’azione ispettiva perde il contatto con la realtà economica e produttiva, si rischia di produrre un effetto opposto a quello desiderato, schiacciando le aziende regolari e generando un clima di profondo disagio diffuso.

Il punto critico non risiede nella verifica delle norme, ma nei metodi e nella proporzione degli interventi. Spesso, di fronte a realtà strutturate e in regola, i controlli si concentrano su adempimenti formali e burocratici tanto rigidi quanto distanti dalla pratica quotidiana. Esempi evidenti si riscontrano nei protocolli di formazione e nei corsi obbligatori per mansioni operative consolidate, dove l’eccesso di normazione si traduce unicamente in oneri amministrativi e sanzioni formali, penalizzando chi lavora quotidianamente nei campi con ritmi dettati dalla natura e non dai codici.

A questo si aggiunge un aspetto umano e psicologico non secondario. Durante le verifiche, la gestione di alcune procedure di accertamento nei confronti del personale – condotte talvolta con modalità che mettono in forte ansia lavoratori semplici, disorientati e chiamati a rispondere a freddo su dettagli amministrativi – rischia di generare un clima di intimidazione anziché di trasparenza. Un lavoratore che si alza all’alba per andare a raccogliere uva non deve sentirsi trattato come un imputato in caserma per un cavillo burocratico. Questo approccio non tutela il lavoratore, ma finisce per impaurirlo e confonderlo, creando una frattura di fiducia tra impresa e manodopera.

Il paradosso diventa ancora più evidente se si guarda alla sicurezza del territorio. Mentre le aziende subiscono una pressione ispettiva asfissiante sui minimi dettagli amministrativi, la criminalità predatoria – come i furti di uva e i danneggiamenti sistematici alle produzioni che mettono in ginocchio intere annate – riceve spesso risposte inadeguate, con denunce che restano prive di riscontro investigativo ed esito concreto. Si crea così una pericolosa asimmetria: lo Stato appare inflessibile e pressante sui cavilli formali nei confronti di chi produce, e paradossalmente distante di fronte ai reati gravi che colpiscono i frutti del lavoro agricolo.

Le conseguenze di questo sistema ricadono sull’intero comparto. Da un lato, il clima di tensione e la burocrazia esasperata terrorizzano gli imprenditori nell’assunzione regolare, impoverendo le opportunità per i giovani che vorrebbero avvicinarsi al settore; dall’altro, finiscono per avvantaggiare paradossalmente chi opera nell’ombra e specula sulle pieghe dell’illegalità.

Le associazioni di categoria e le istituzioni sono chiamate a una riflessione seria e urgente. Non si chiede di allentare le regole, ma di applicare il buon senso e il rispetto istituzionale, ristabilendo un equilibrio in cui la legalità sia sinonimo di protezione per chi investe e produce valore, e non di un labirinto punitivo che isola l’agricoltura sana.


Articolo a cura di Giovanni Grasso amministratore di Giovanni Grasso srl

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