Se la Commissione Unica Europea non fa la differenza, allora cos’è che non funziona davvero nella filiera del grano?

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Per anni la Commissione Unica Nazionale del grano duro è stata invocata come la soluzione capace di portare trasparenza, equilibrio e, soprattutto, dignità economica agli agricoltori italiani. In Puglia, cuore pulsante della cerealicoltura nazionale, l’attesa è stata quasi messianica. Eppure oggi, a distanza di tempo, la sensazione diffusa è che questo strumento tanto agognato non abbia inciso come promesso. Il mercato continua a muoversi secondo logiche che sembrano ignorare i tentativi di regolazione interna, lasciando gli operatori con più domande che risposte.

Il punto è che la CUN nasce con un’ambizione nazionale in un contesto ormai strutturalmente globale. Il prezzo del grano duro non si forma più — ammesso che lo sia mai stato — nei confini italiani. È determinato da dinamiche internazionali: raccolti record in Canada, crisi logistiche nel Mar Nero, oscillazioni valutarie, speculazioni finanziarie sulle commodity. Pensare che una commissione nazionale possa riequilibrare queste forze è, nella migliore delle ipotesi, ingenuo. Nella peggiore, un alibi.

In questo scenario, la Puglia paga un doppio scotto. Da un lato, costi di produzione elevati e una frammentazione aziendale che limita il potere contrattuale. Dall’altro, una dipendenza crescente da un’industria molitoria e pastaria che ragiona su scala globale e che approvvigiona materia prima dove conviene, non dove è simbolicamente più giusto. La CUN, che avrebbe dovuto fungere da punto di riferimento per la formazione di un prezzo equo, finisce spesso per inseguire il mercato invece di orientarlo.

E poi c’è il nodo, mai davvero sciolto, della speculazione. Non quella caricaturale del “grande burattinaio”, ma quella concreta dei mercati finanziari che trattano il grano come un asset tra i tanti. I futures influenzano le aspettative, le aspettative influenzano i prezzi reali, e gli agricoltori restano esposti a una volatilità che non controllano. La CUN può fotografare, ma difficilmente può intervenire su questi meccanismi.

A questo si aggiunge un tema scomodo: il grano estero è davvero così scadente rispetto a quello italiano? La risposta, se si abbandonano le semplificazioni, è no. Esistono partite di grano canadese o australiano con caratteristiche proteiche e qualitative elevate, spesso più stabili di quelle italiane, soggette a variabilità climatica. Il problema, allora, non è solo la qualità intrinseca, ma il valore percepito. Ed è qui che entra in gioco il vero tallone d’Achille del sistema: il brand.

L’Italia ha costruito nel tempo un’immagine fortissima legata alla pasta e ai suoi derivati. Ma questa immagine poggia su un’ambiguità: è corretto parlare di “made in Italy” quando la materia prima è in larga parte importata? Dal punto di vista normativo, sì: la trasformazione sostanziale avviene in Italia. Ma dal punto di vista comunicativo ed etico, la questione è meno lineare. Il consumatore medio associa quel “made in Italy” a un’origine agricola che spesso non corrisponde alla realtà.

All’estero, il tema è affrontato con approcci diversi. In alcuni Paesi l’etichettatura dell’origine della materia prima è più esplicita; in altri, il concetto di “prodotto nazionale” è legato soprattutto al processo industriale, senza particolari rivendicazioni agricole. L’Italia, invece, gioca su entrambi i tavoli: valorizza il territorio quando conviene, ma non rinuncia alla flessibilità dell’approvvigionamento globale.

E allora il punto diventa un altro: si vuole davvero costruire una filiera del grano italiana forte, oppure si preferisce continuare a competere sul mercato globale mantenendo un racconto identitario? Perché le due cose, oggi, faticano a stare insieme.

Se la CUN non ha cambiato le sorti della filiera, forse è perché si è intervenuti sullo strumento sbagliato o, quantomeno, insufficiente. Senza una strategia complessiva — che includa aggregazione dell’offerta, contratti di filiera solidi, investimenti in qualità e una comunicazione trasparente — nessuna commissione potrà colmare il divario tra aspettative e realtà.

La verità, per quanto scomoda, è che il mercato del grano non aspetta l’Italia. E l’Italia, se vuole restare protagonista, deve decidere se giocare la partita fino in fondo o continuare a raccontarsela.

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