Rincari del gasolio, loro giocano alla guerra e noi paghiamo il conto

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Faccio rifornimento con la benzina alla mia macchina. Poi, qualche ora dopo vado in magazzino e scarico il gasolio agricolo nella cisterna. Guardo i numeri, li riguardo, e mi viene quasi da sorridere — un sorriso amaro: tra i due “ballano” appena 10 centesimi al litro.  È lì che scatta la domanda, quella che ti resta addosso mentre torni in campo: ma davvero qualcuno pensa che questo sia un gioco? E se sì, chi sta giocando? E soprattutto: a fare il cowboy o l’indiano, oggi, chi è rimasto?

Perché qui non siamo più davanti a dinamiche di mercato fisiologiche. Qui siamo dentro un sistema che ha perso il contatto con la realtà produttiva. Il gasolio agricolo che rincorre quello alla pompa non è solo un’anomalia tecnica: è un simbolo. È il segno di un cortocircuito che parte da lontano, da quelle promesse della globalizzazione che ci avevano raccontato come una grande livella di opportunità. Ci dissero: mercati aperti, efficienza, competitività. Ci dissero che saremmo stati più forti, più liberi, più ricchi.

E invece eccoci qui.

Dentro dinamiche più grandi di noi, ostaggio di decisioni prese a migliaia di chilometri di distanza, schiacciati tra speculazioni finanziarie che nulla hanno a che vedere con la terra e ghigliottine commerciali calate dall’alto. Perché diciamolo chiaramente: non bastano le montagne russe dei prezzi delle materie prime. Non bastano le tensioni sui mercati energetici. Ci si mettono anche le logiche della distribuzione organizzata, che pretende ribassi quando i costi salgono, che impone condizioni quando il margine è già stato divorato.

Cosa ci avevate promesso? E cosa ci ritroviamo oggi?

Gasolio, fertilizzanti, energia, packaging, coperture: siamo ben oltre il 30% di aumento dei costi. Ben oltre. E noi? Noi produttori, se va bene, riusciamo a ritoccare i prezzi di qualche centesimo.  Con la costante minaccia di essere sostituiti, tagliati fuori, penalizzati. Questa non è filiera: è una guerra tra POVERI!

Una guerra silenziosa, dove chi produce perde terreno ogni giorno.

E intanto il consumatore arretra. Perché anche lui è sotto pressione: potere d’acquisto eroso, inflazione che corre, salari fermi agli anni ’90. Il risultato è un circolo vizioso perfetto: prezzi che non possiamo alzare, costi che non possiamo sostenere, consumi che continuano a calare. E qualcuno ancora si stupisce.

Poi ci sono i trasporti. L’altra variabile impazzita. Portare un carico dall’altra parte del mondo — o semplicemente oltre certi snodi geopolitici — è diventato un azzardo. Lo Stretto di Hormuz non è più solo una linea su una carta geografica: è un’incognita quotidiana. Un rischio che si traduce in costi, ritardi, instabilità.

E il paradosso dei paradossi sapete qual è? Che ormai il cibo è terreno di scontro. C’è una guerra del cibo e non ce ne stiamo accorgendo. Paesi come Russia, Cina, India fanno cartello, presidiano territori e risorse lontani anni luce dai loro confini per garantirsi una cosa sola: riserve. Riserve, capite? Non oro, non petrolio. Cibo.

E noi? Noi continuiamo a raccontarci che l’agroalimentare è un’eccellenza. Tricolore quando si accendono i riflettori, quando c’è da fare passerella. Traino dell’economia quando bisogna esibire i numeri dell’export, appuntarsi la medaglia dei volumi senza mai chiedersi davvero quanto ci è costato quel primato — e quanto ci costerà ancora.

Passiamo con disinvoltura dall’andare per fiere, gonfi come piccioni, ai piagnistei da attori di quarta categoria. Senza mai affrontare il nodo centrale.

Il mio rammarico è proprio lì, in quei 10 centesimi che passano tra 1.75 della benzina messa nella mia auto e 1.65 del gasolio agricolo scaricato nella cisterna.

Perché non sono una differenza: sono un simbolo. Il simbolo della nostra impotenza di fronte a un sistema che ci considera ingranaggi.

Siamo numeri di imprese. Siamo percentuali di ricambio generazionale. Siamo borsini di investimenti da chiudere entro il 31 dicembre. Siamo insegne nelle collettive, codici identificativi di biologico, disciplinari DOP e IGP. Siamo questo.

Ma la verità — quella che nessuno sembra voler dire — è un’altra.

Siamo il capitale vero.

Siamo quel poco che resta di un patrimonio che abbiamo lentamente scialacquato, ubriacati dalla sbornia dell’export, convinti che crescere significasse solo vendere di più, ovunque, a qualsiasi condizione.

E forse, a questo punto, siamo diventati qualcos’altro.

Siamo il contagiri della pompa di benzina.

Che continua a girare.

E gira, gira, gira.

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