Produrre sempre di più, ma per chi?

Produrre sempre di più, ma per chi? Lo avevo scritto lo scorso aprile. Oggi, torno a ribadire: se non ci fosse l’export la nostra agricoltura avrebbe le ore, e non i giorni, contate.
Nel 2023 abbiamo perso 2 milioni e mezzo di consumatori di frutta e verdura rispetto al 2019. Il dato è chiaro, oltre che tratto, mi verrebbe da dire. Chiusa l’esperienza del lock down e di una vita slow, perchè forzati (anzi murati) in casa, beh…si è tornato al trend: con il tempo sono stati persi oltre due milioni di consumatori, trasversali a tutte le età e alle latitudini, un milione di tonnellate in meno di vendite in 4 anni, circa 37 chili in meno a famiglia. Oltre 10 anni fa, nel 2011, dopo un lungo periodo di crescita pressoché ininterrotta, secondo l’Istat la percentuale di italiani che consumavano quotidianamente frutta, verdura e ortaggi ha raggiunto il suo massimo storico (85,1%). Da allora la stessa percentuale ha iniziato una lenta ed inesorabile discesa, toccando nel 2023 il valore più basso degli ultimi 15 anni (78,5%). In termini assoluti il dato è ancora più eloquente, con 45 milioni di consumatori quotidiani nel 2023 contro i 47,1 milioni del 2019 e i 47,5 milioni del 2020.
Gli acquisti di frutta, già nel 2022 erano crollati dell’8% in quantità rispetto all’anno precedente, ai minimi da inizio secolo. Gli italiani avevano ridotto del 17% le quantità di pere, del 11% le arance e l’uva da tavola, dell’ 8% le pesche, le nettarine e i kiwi e del 5% le mele. Il risultato è che con 2,8 miliardi di chili nel 2022 il consumo di frutta degli italiani è risultato poco piu’ della metà di quello di fine secolo nel 2000 con preoccupanti effetti sulla salute dei cittadini. Il brusco calo ha fatto scendere il consumo individuale sotto la soglia minima di 400 grammi di frutta e verdure fresche per persona, da mangiare in più volte al giorno, raccomandato dal Consiglio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) per una dieta sana. Dunque per chi produciamo? Per l’estero ovviamente. Ma basterà, visto che i trend in crescita sono frutto di una risalita e non di un surplus? La sensazione è che a lungo andare non basterà. Rischia, infatti, di sparire il frutteto italiano, ridotto di un terzo (-33%) negli ultimi 15 anni con la scomparsa di oltre 140 mila ettari di piante di mele, pere, pesche, arance, albicocche e altri frutti. La superficie coltivata a frutta è passata da 426 mila ettari del 2000 agli attuali 286 mila. Il taglio maggiore ha interessato i limoni, con la superficie dimezzata (-50%), seguiti da pere (-41%), pesche e nettarine (-39%), arance (-31%), mele (-27%), clementine e mandarini (-18%). A determinarne la scomparsa è stato il crollo dei prezzi pagati agli agricoltori che non riescono più a coprire neanche i costi di produzione. Un disboscamento delle campagne dovuto quindi all’invasione di frutta straniera, con importazioni che negli ultimi 15 anni sono aumentate del 37%, pari a quasi 2,1 miliardi di chili, ma anche ad una progressiva riduzione dei consumi da parte delle famiglie passato da 244 chili annui del 2000 ai circa 178 chili del 2014, con un taglio del 27%.
E la tanto sbandierata dieta mediterranea se sta andando a quel paese…dal Belpaese che fu. Tant’è che i nostri figli sono diventati i più obesi d’Europa: l’Italia presenta la percentuale più elevata (pari al 42%) di bimbi in sovrappeso od obesi nella fascia di età 5-9 anni, mentre si colloca al 4° posto nella classe di età 10-19 anni, con il 34,2% dei giovani affetti.

EDITORIALE A CURA DI DONATO FANELLI

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