Ortofrutta: ci stanno rubando il futuro

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Quest’anno non è stata la siccità a togliermi il sonno, né le gelate tardive o i costi di produzione che crescono più veloci delle nostre piante. No: quest’anno è stato un furto. Poche ore, forse meno, e il lavoro di dodici mesi—di notti passate tra i filari, di speranze, di investimenti—è svanito. Portato via da mani che non conoscono il peso della fatica altrui.

Non sono il primo e, purtroppo, non sarò l’ultimo. Nel nostro settore è diventata quasi una notizia ordinaria: olivicoltori derubati quando le olive sono mature, viticoltori privati del raccolto a un passo dalla vendemmia, produttori orticoli che trovano i campi svuotati all’alba. Ormai nessuno denuncia più. Non perché non ci sia la volontà di farlo, ma perché si è perso il senso dell’utilità: denunce che restano senza seguito, assicurazioni che non coprono il valore reale del danno, istituzioni che sembrano lontane anni luce dalla quotidianità delle nostre campagne.

E i ladri lo sanno. Agiscono indisturbati, con una sicurezza quasi sfacciata. Le telecamere non li fermano: maschere, cappucci, targhe coperte. È bastato che si spargesse la voce che “tanto non succede nulla” perché lo scempio diventasse routine.

Ma la vera domanda, quella che nessuno sembra voler affrontare, è: dove finisce tutta quella merce? Perché parliamo di quintali di olive, uva, agrumi, ortaggi: prodotti che per essere commercializzati devono passare per mani, mercati, controlli. Non si volatilizzano. Qualcuno li raccoglie, qualcuno li trasporta, qualcuno li compra.

Non si tratta più di piccoli furti occasionali. Davanti a certe quantità, davanti alla puntualità con cui avvengono, è impossibile non pensare a un sistema organizzato. Un circuito malavitoso che trova porte aperte e complicità silenziose. Connivenze di chi? Di chi finge di non vedere un camion che arriva a notte fonda? Di chi acquista merce a prezzi troppo bassi per essere onesti? Di chi, pur sapendo, accetta di “chiudere un occhio” pur di risparmiare?

È un ingranaggio che funziona solo se più ruote girano insieme. E mentre questo meccanismo si muove, i produttori rimangono soli: senza tutela, senza risposte, senza giustizia. Dietro ogni pianta derubata c’è un anno di vita: ore di lavoro manuale, gasolio per i trattori, trattamenti, manutenzioni, preoccupazioni. Ci sono famiglie che contano su quel raccolto, piccoli produttori che non hanno margini per assorbire colpi di questa portata.

Non vogliamo privilegi. Non chiediamo miracoli. Ma chiediamo che qualcuno inizi a guardare dove finora si è preferito non guardare. Che si seguano le tracce della merce, che si verifichino i flussi sospetti, che gli acquirenti non possano più nascondersi dietro la scusa dell’ignoranza.

Proteggere un campo significa proteggere un tessuto economico, una cultura, un territorio. Significa difendere la dignità di un lavoro che è già difficile di per sé.

Perché senza tutela non c’è futuro. E se un intero comparto smette di denunciare, se si arrende, allora abbiamo già perso tutti—ben prima del prossimo raccolto.

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