Notizie mordi e fuggi: l’informazione che vogliamo?
Due dati che si commentano da soli: i social media sono la principale fonte di informazione sulle questioni politiche e sociali per quasi un giovane su due; l’età media del pubblico che guarda i primi dieci canali televisivi è di 58 anni e tre mesi.
Non scopro di certo l’acqua calda, ma, come sempre, mi piace intersecare dati per capire le tendenze. La prima è questa: i giovani, se è vero che tendono ad informarsi prevalentemente sui social, lo fanno sempre meno: secondo un rapporto del Reuters Institute for the Study of Journalism l’interesse dei giovani verso le news sta diminuendo in modo preoccupante.
Dallo studio su un campione di 17 nazioni, tra il 2015 e il 2024, si è osservato che la percentuale di giovani tra i 18 e i 24 anni che leggono notizie online ogni settimana è calata di 13 punti percentuali. In confronto, la diminuzione tra le persone over 55 è stata di soli 5 punti. Questa riduzione è particolarmente evidente tra chi non possiede un diploma universitario, accentuando così le disparità informative già esistenti.
Un dato preoccupante per due ordini di ragione. Sicuramente questa tendenza rappresenta un potenziale rischio per la partecipazione democratica nei vari Paesi. Un secondo aspetto inerisce il fatto che il rapporto sottolinea anche come il funzionamento delle piattaforme social e delle app possa aver contribuito a questa perdita di interesse: gli algoritmi, infatti, sono progettati per massimizzare il coinvolgimento degli utenti. L’obiettivo è mantenere le persone più a lungo possibile sulla piattaforma, e questo ha portato le aziende social a privilegiare contenuti di intrattenimento, come video brevi, rispetto alle notizie vere e proprie. D’altronde basta guardare “dove” i ragazzi spendono gran parte del loro tempo sul web. Secondo il rapporto annuale Digital 2025 di We Are Social, in Italia il 90% della popolazione è connessa a internet, trascorrendo in media circa sei ore al giorno online. Tra le sei piattaforme più usate nel corso del mese, TikTok, che in poco più di cinque anni dal suo lancio ha raggiunto un miliardo di utenti attivi ogni mese a livello mondiale, è quella su cui gli italiani dedicano più tempo: quasi 30 ore mensili. Visto che il 47% delle persone accede ai social media principalmente per rimanere aggiornati e informati rimango perplesso nel considerare come principale “fonte” (se così la vogliamo chiamare) il social TikTok. Però questo mi fa comprendere un altro dato: i nativi digitali sono coscienti di un alta esposizione al rischio “fake news” e questa, da molti, viene additata come la principale causa del disinteresse verso le notizie. Secondo i dati dell’Eurobarometro, il 76% dei giovani intervistati afferma di aver incontrato informazioni false o ingannevoli negli ultimi sette giorni. Tuttavia, allo stesso tempo, il 70% si sente sicuro di riuscire a riconoscere le fake news. Ma con l’intelligenza artificiale il confine tra ciò che è vero e ciò che è falso è diventato sempre più labile. Un rapporto del World Economic Forum ha analizzato i principali rischi globali legati alla disinformazione generata dall’intelligenza artificiale. Tra questi, il più immediato è la polarizzazione sociale: un’enorme quantità di notizie false potrebbe aumentare le divisioni sociali e politiche tra le persone, arrivando persino a influenzare i risultati delle elezioni. Una polarizzazione che crea “blocchi”, compatta gruppi che creano relazioni sempre più salde ancorandosi alle loro convinzioni. Ecco, qui mi sento coinvolto come direttore. Molto spesso chiedo ai miei cronisti di scardinare le convinzioni, io uso la perifrasi: “sparigliare le carte sul tavolo”. Creare dis-ordine per creare un nuovo ordine, ma un ordine condiviso, aggregante nel senso più vitale del termine. Vogliamo fare comunità senza creare blocchi. Questa è la nostra mission editoriale. Ci stiamo riuscendo? Lasciamo l’ardua sentenza ai posteri…noi, intanto, continuiamo a fare ciò che sappiamo fare meglio: informare per riflettere!