Ma il SUD lo si vuole davvero competitivo? I numeri parlano da sè

La Germania in 5 anni ha investito nell’Est 1 volta e mezzo quanto investito nel Meridione in 50 anni

Per una volta voglio reprimere il mio (animalesco) istinto verso la provocazione, consapevole di stupire gli amici vicini e lontani. Ma è tempo che la mia riflessione si allarghi, perché non si può parlare di agricoltura senza riflettere sul contesto. Esatto, voglio porre al centro di questo mio pensiero (spesso tortuoso, ma vissuto sempre con piena partecipazione) la questione meridionale. Mi ha segnato l’ultima lezione tenuta dal prof. Canfora incentrata sul risorgimento italiano (tenutasi nell’incontro dagli editori Laterza). Canfora ritiene la questione Meridionale ancora aperta, anche se ormai astorica. Perché tiro fuori questo argomento? Perché i fatti vanno interpretati e molto spesso sia la storia che la filosofia della storia possono aiutarci a capire il presente. Bene, dicevo…i fatti. Sono due. Il primo: “la Puglia corre, ma il divario Nord-Sud cresce ancora”.  Un gap che non accenna a diminuire e che pone la nostra regione al 17° posto (su 20) per PIL pro capite. Il Pil del Mezzogiorno rispetto a quello del Centro Nord, pari al 32,6% nel 1995 è sceso al 28,2% nel 2021; in termini di PIL pro capite il valore del SUD rispetto al Centro Nord è passato dal 57% al 55,3 , perdendo 1,7% in 16 anni. Quindi fatta una eccezione tra il 1965 e 1971 il divario dall’unità d’Italia ad horas ha sempre continuato a crescere. E veniamo al secondo fatto. Il raffronto tra la Germania Est e il nostro Mezzogiorno indica un notevole peggioramento del Meridione rispetto alle regioni dell’Est tedesco. La comparazione tra il nostro  Sud e la Germania dell’Est è portato avanti da anni dagli economisti per fornire un quadro comparativo che possa far riflettere sull’impatto delle politiche economiche sul destino delle zone svantaggiate. Se nel 1995 il rapporto tra il Pil pro capite del Mezzogiorno e quello della Germania Est era pari al 78,45%, nel 2020 precipita al 61,89%. Basti pensare che in Germania, e in soli cinque anni, cioè dal 1991 al 1995, sono stati spesi ben 433,6 miliardi di euro, cioè quasi una volta e mezzo la cifra spesa in Italia dal 1951 al 1998. Da noi, nemmeno con le più diverse leggi si è riusciti mai ad ottenere una vera perequazione territoriale. In Germania – a dimostrazione di cosa significhi essere un popolo – si è pagato un contributo straordinario per finanziare in parte lo sviluppo dell’Est. In primo luogo, dal 2000 al 2019, in parallelo alla crescita del Pil pro capite, emerge una forte avanzata dei consumi e si denota che sono i nuovi Länder a trascinare in alto la percentuale, perché a fronte del suo +38,32% si contrappone il +28,21% dell’Ovest, contrariamente all’Italia, ove si registra addirittura una riduzione. Questa signori è storia di oggi e le inferenze che possiamo trarre sono due. Gli investimenti dello Stato sono stati dirottati verso il Nord ed hanno svantaggiato il Sud. Due: il Mezzogiorno non recuperando il gap, non ha potuto fare da traino al sistema paese, relegato ancor oggi a zavorra (siamo freschi di invettive lanciate dal palco di Pontida nei giorni scorsi). Un ultimo dato: la responsabilità dello Stato nel penalizzare il Meridione attraverso la scelta dei siti strategici dove investire con le imprese statali. Sono tanti gli studi che hanno dimostrato come gli investimenti statali abbiano favorito la crescita di un humus produttivo che viveva in simbiosi con le aziende statali, distaccandosi man mano che la crescita economica aveva ricadute sul territorio .E’ acclarato il fatto che  la politica dello Stato unitario abbia fatto gravare sull’economia meridionale costi onerosi di scelte in qualche caso decisive per l’industrializzazione localizzatasi al Nord. Non a caso l’unico periodo in cui il divario Nord Sud si assottiglia è proprio tra il 1965 ed il 1971. Lo sapete perché? Nel decennio 1963-1973 gli investimenti dell’impresa pubblica crescono in aggregato del 75%, nel Mezzogiorno la crescita è del 123%. Questi i numeri. A voi le conclusioni. Per un una volta abbiamo parlato di agricoltura, senza parlare di agricoltura!

Editoriale a cura di Donato Fanelli

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