Il Parlamento europeo vota contro tagli a Pac post 2020

Le proteste degli agricoltori che infiammano l’Europa nascono da problemi complessi, sovrapposti e che necessitano di uno sguardo d’insieme

Le strade di mezz’Europa si intasano a causa della protesta degli agricoltori, in contrasto con le politiche europee e nazionali. La questione, però, è frutto di diverse istanze e obiezioni che si sovrappongono rendono difficile sciogliere la vicenda e capire perché ci troviamo in questa situazione.

Meno soldi, più impegno
Nel bilancio dell’Unione europea, la percentuale delle spese previste in campo agricolo nel periodo 2021-2027 copre un terzo del totale (31%). Una percentuale rilevante, anche se in progressivo calo dagli inizi degli anni ’80 in cui la PAC rappresentava il 66% del bilancio UE e in ulteriore riduzione anche rispetto al precedente periodo di programmazione PAC, quello 2014-2020, che aveva una percentuale del 37,8%.
A questa riduzione, nel corso degli anni, si sono però sovrapposte molte richieste da parte del legislatore al mondo agricolo: oltre ai vincoli sempre più stringenti della nuova PAC, è intervenuto il Green New Deal, la strategia Farm to Fork, il regolamento EUTR, ma sulla stessa linea c’è anche il dibattito che si è sviluppato con la legge per il ripristino della natura. Nelle intenzioni del legislatore, queste riforme mirano a promuovere un’agricoltura e una silvicoltura più intelligenti, competitive, sostenibili e diversificate, sviluppare la struttura socioeconomica delle aree rurali e proteggere l’ambiente.È evidente, però, che si chieda all’intero settore un notevole impegno: trasformarsi in vere imprese agricole, con una programmazione delle attività, un bilancio, degli scenari di azione in cui operare.

La perdita di produttività
Si produce meno di 20 anni fa, mediamente il 10% in meno. I dati del CREA non lasciano spazio a dubbi.
In questi vent’anni, tra il 2000-2002 l’agricoltura italiana ha prodotto oltre 300 milioni di tonnellate, nel triennio 2010-2021 si è scesi a 278 milioni di tonnellate, nel triennio 2020-2022 ci si è fermati a 273 milioni di tonnellate.
Una riduzione in capacità produttiva che investe trasversalmente (anche se in modo differente) tutti i settori, escluse le produzioni zootecniche o dei prodotti trasformati, come vino e olio o del latte, per la conclusione del regime delle quote latte.
Per i cereali, negli ultimi venti anni abbiamo perso oltre 5 milioni di tonnellate di produzione tra frumento duro, tenero e mais; abbiamo perso il 20% della produzione di uva da tavola, il 30% di pesche e il 50% di pere.
Nel triennio 2020-2022 abbiamo prodotto 290mila tonnellate in meno di pomodoro rispetto al triennio 2000-2002 e meno 578mila tonnellate di patate. Produciamo molte meno carote, melanzane e cipolle di quelle che producevamo venti anni fa. (Fonte: CREA).
La questione non può essere liquidata con semplicità con l’opportunità di rendere il Paese, o più generale la UE, autosufficiente a livello alimentare. È la fotografia di un comparto in cui i vincoli alla produzione, quelli ambientali ma non solo, non hanno dato origine a sufficiente innovazione e che oggi rischia di perdere le sfide dei mercati globali.

Affare di famiglia
Negli ultimi vent’anni, il numero di aziende agricole si è dimezzato rispetto al 2000, quando era pari a quasi 2,4 milioni. Una riduzione nel numero che conduce verso una lenta concentrazione: la dimensione media delle aziende agricole è più che raddoppiata sia in termini di Superficie Agricola Utilizzata (SAU), oggi a 11,1 ettari medi per azienda, che di Superficie Agricola Totale (SAT), con 14,5 ettari medi per azienda.
A completare il quadro, la rilevazione dell’ISTAT sulla forma societaria: nel 2020, il 93,5% delle aziende agricole è gestito nella forma di azienda individuale o familiare. (Istat, 7° censimento agricoltura)
Seppure con differenze legate al territorio e al tipo di produzione, è evidente che le dimensioni medie sono molto ridotte, adatte a una piccola impresa a conduzione familiare ma che mostra dei limiti strutturali nelle capacità di affrontare il mercato e le tendenze globali del comparto, capace di produrre in modo sostenibile, sia ambientalmente che economicamente.

La filiera del valore
Ha suscitato un certo scalpore il dato che vede la Germania, quest’anno, diventare il secondo produttore agricolo europeo, dietro alla Francia, che resta prima, relegandoci al 3° posto.
La crisi produttiva dell’agricoltura italiana, collegata all’estrema parcellizzazione delle aziende a conduzione familiare per la quasi totalità trova un ulteriore limite negli aspetti finanziari: si sta riducendo il potere contrattuale delle imprese agricole in favore di altri comparti, industriale e grande distribuzione in primis.§
Ne è dimostrazione il fatto che i prestiti alla produzione agricola sono scesi dai 44,3 miliardi del 2015 ai 40,4 miliardi del 2022. Al contrario i prestiti all’industria alimentare sono passati da 31,4 miliardi del 2015 a 33,7 miliardi del 2022. (Fonte: CREA)
Anche nel rapporto ISMEA, si conferma che le cause di questa “retrocessione” nella produttività dell’agricoltura italiana, non sono solo limitate agli effetti del clima o di annate particolarmente difficili, ma pesano anche le debolezze strutturali, quali la frammentazione del tessuto produttivo e l’accesso al capitale fondiario.

Credito agrario da riformare
In questi anni, l’assenza di una gestione finanziaria strutturata ha indotto il mondo agricolo a ricorrere a strumenti di credito non adeguati agli obiettivi economici aziendali e incapaci di offrire il supporto necessario alle imprese agricole.
Le condizioni finanziarie di molte aziende agricole oggi sono critiche poiché, il più delle volte, le operazioni creditizie attivate evolvono a circostanze di sofferenza, con ciò che ne consegue.
Seppur negli ultimi anni alcuni istituti di credito stiano ripristinando strutture interne specializzate nel credito agrario, la despecializzazione del passato ha giocato un ruolo fondamentale. Il motivo principale di tale disallineamento è di natura “linguistica”: nella maggior parte dei casi l’azienda agricola si presenta come ditta individuale, senza fornire alla banca i bilanci “civilistici” da leggere e confrontare. L’assenza di un univoco linguaggio operativo impresa/banca ha determinato, così, l’incapacità di offrire informazioni e dati univocamente riconosciuti dalla banca (stato patrimoniale, costi di gestione, utili di esercizio, posizione finanziaria netta).
Urge far dialogare i “due mondi” (impresa agricola/banca) e creare un ponte tra il linguaggio economico-finanziario bancario e quello tecnico/operativo delle imprese agricole.
Ecco che riformare il credito agrario, fare dialogare il mondo agricolo e quello bancario, strutturare un bilancio universalmente riconosciuto diventano interventi capaci di finalizzare gli investimenti di transizione delle aziende agricole portandole verso modelli innovativi, sostenibili e digitali.

EDITORIALE A CURA DELL’ORDINE NAZIONALE DEI DOTTORI AGRONOMI E FORESTALI

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