La Sovranità Alimentare passa dalla qualità alla salubrità di tutti i prodotti


Sovranità alimentare e salubrità dei prodotti. Tutto passa da questo binomio. Nei giorni scorsi abbiamo scritto della “fumosità” della locuzione “sovranità alimentare” che, da sola, può dire tutto e può dire niente. In molti, giustamente, affermano che pragmaticamente parlando oltre alla difesa dei nostri marchi e dell’autenticità dei nostri prodotti contro l’italian sounding, un modo per metterla in pratica sarebbe quello di cercare di normare le regole di accesso nel mercato europeo dei prodotti extra-ue.

In questi giorni il dibattito è molto alto perché iniziano per fortuna ad esserci studi e dossier in grado di documentare, dati alla mano, quello che i produttori urlano da troppo tempo: in Italia rispettiamo regole, regolamenti e disciplinari fin nei cavilli più minuti, e dall’estero giungono prodotti di dubbia qualità e, soprattutto, derivanti da coltivazioni che non rispettano le nostre stesse procedure di produzione in materia di pestici. Così come testimoniano i report del RASFF. Il Sistema di allerta per alimenti e mangimi (RASFF), come definito dall’articolo 50 del Regolamento 178/2002, è un sistema di allarme, sotto forma di rete, per la notifica di un rischio diretto o indiretto per la salute umana dovuto ad alimenti o mangimi. 

I membri della rete, denominati punti di contatto, sono: la Commissione europea (membro e gestore del sistema), gli Stati membri dell’Unione europea, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), l’Associazione europea di libero scambio (EFTA). Secondo un articolo pubblicato da Hortoinfo, testata spagnola, si è evinto che il RASFF durante tutto il 2022 ha ricevuto un totale di 578 allarmi per la presenza di pesticidi in frutta e verdura che sono arrivati nei paesi membri dell’Unione Europea.

Il Paese che ha introdotto il maggior numero di prodotti alimentari che presentavano l’allarme è stata la Turchia con un totale di 292 alert per eccesso di pesticidi, circa il 50,52% del totale dei paesi presenti nella lista. Il prodotto ortofrutticolo, introdotto dalla Turchia nell’UE, che presentava il maggior numero di casi di alert sono stati i peperoni, con circa 78 segnalazioni, seguito da uva con 48 casi, mandarini con 23 casi, ma anche melegrana, arance, pompelmi, pomodori, zucchine e angurie. 

Propria sulla melagrana si è soffermata l’attenzione dell’Autorità Sanitaria tedesca che ha sottoposto ad esame in due anni più di 80 campioni di semi di melagrana provenienti da Turchia, Perù, Spagna, India, Israele, Sud Africa e Uzbekistan. Sono stati trovati residui di pesticidi nel 92% di campioni, in media, la maggior parte delle sostanze per campione è stata rilevata nei campioni provenienti da India, Sud Africa e Turchia. Un totale di 26 degli 84 campioni (31%) ha superato almeno un LMR (limite massimo di residui fissato per legge) e sono stati respinti. Tre di questi frutti provenivano dalla Spagna e 23 dalla Turchia. In totale il superamento dei limiti di legge è stato registrato per 43 sostanze trovate nei melograni turchi. In particolare a oltrepassare i tetti stabiliti dalla legge sono stati gli insetticidi acetamiprid e sulfoxaflor e il fungicida fosetyl.

In tema di alert la Turchia però non è sola, seguita con 40 casi di allerta arriva l’Egitto, poi anche India e Uganda con 21 casi di allerta e così via anche per Kenya con 18, Cina con 16, Thailandia con 13, Madagascar con 10 ed infine Ecuador e Iran con 10.

Un altro dato interessante è quello che le importazioni in UE si concentrano nel segmento del biologico. Su questo tema è, invece, intervenuta la Coldiretti. Il mercato del biologico in tutta Europa dopo anni di tumultuosa crescita, con percentuali di incremento anche a doppia cifra nel momento della pandemia, sta segnando in questi ultimi mesi un momento di rallentamento a causa dell’inflazione che sta spingendo i consumatori a fare compromessi sulla spesa, rivolgendosi a prodotti meno costosi. L’impennata dei costi energetici e l’insicurezza politica causata dal conflitto russo-ucraino portano le famiglie ad assumere atteggiamenti cauti nei confronti del proprio budget di spesa.

In questo contesto, nel tentativo di tenere prezzi bassi, purtroppo a scapito della qualità, i mercati si rivolgono ancora di più a produzioni biologiche importate da paesi terzi. A confermare questa tendenza è anche la pubblicazione di questi giorni dell’annuale report sulle importazioni nell’Ue di prodotti agroalimentari biologici da parte della Commissione Europea.

La pubblicazione, che analizza i dati sui volumi delle importazioni di prodotti biologici dello strumento di gestione online della Commissione Traces (Trade Control and Expert System), fornisce degli elementi di riflessione molto chiari.

Le importazioni totali di prodotti agroalimentari biologici nell’Ue sono aumentate da 2,79 milioni di tonnellate nel 2020 a 2,87 milioni di tonnellate nel 2021 (+2,8%).

I prodotti biologici maggiormente importati nel corso dell’anno 2021 hanno riguardato in particolare, in ordine decrescente per quantità: frutta tropicale, panelli di semi, barbabietola e zucchero di canna, ortaggi freschi e secchi, caffè e tè, semi oleosi, frutta fresca o secca, semi di soia, riso.

I Paesi che maggiormente esportano verso l’Unione Europea sono nell’ordine: Ecuador, Repubblica Domenicana, India, Perù, Ucraina, Turchia, Cina, Regno Unito, Colombia, Messico.

Per alcuni prodotti, come olio di oliva e derivati di latte e carni, i dati sono particolarmente significativi.

Un quarto dell’olio d’oliva importato da Paesi terzi nell’Unione europea è certificato come biologico: su 186mila tonnellate di olio d’oliva arrivate nel 2021, 45mila tonnellate, pari al 24,0%, erano biologiche e provenivano quasi esclusivamente dalla Tunisia, rispetto al 16,3% del 2020. Il significativo aumento della quota di biologico sul totale è il risultato della forte riduzione delle importazioni di olio d’oliva non biologico (-35,8%) rispetto al bio, le cui quantità importate si riducono di pochissimo (-5,6%).

Le importazioni di latte e carne e relativi derivati raddoppiano in quantità tra il 2020 e il 2021, passando dalle 15.000 tonnellate del 2020 alle 30.000 tonnellate registrate per il 2021.

In questo contesto appare evidente che è necessario ed urgente fare ogni possibile sforzo per valorizzare il prodotto agricolo biologico nazionale, favorendo la creazione di filiere interamente Made in Italy, dal campo fino alla tavola.

La creazione del marchio del biologico italiano, previsto dalla legge sul biologico da poco approvata, dovrebbe aiutare questo percorso virtuoso, consentendo ai consumatori di riconoscere immediatamente, dalle etichette, le produzioni biologiche italiane garantite e certificate. Il marchio del biologico italiano potrebbe infatti rappresentare quel sigillo nel patto fiduciario tra cittadini consumatori ed imprese agricole, per un impegno comune verso la transizione ecologica, che deve riguardare in maniera trasversale tutta la società.

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