La riduzione degli imballaggi in plastica e degli agrofarmaci

Riduzione degli imballaggi in plastica e dei fitofarmaci, dopo la riforma del sistema Ig (acronimo di Indicazioni geografiche), sono tra i lavori qualificanti su cui le istituzioni europee si sono concentrate in questa IX legislatura, ormai al termine, in particolare al Parlamento che dal 2009 ho l’onore di rappresentare per l’Italia.
Sul primo tema, grazie alla dedizione costante di alcuni colleghi della commissione Agricoltura, con il voto favorevole a maggioranza del ‘regolamento imballaggi’, espresso a novembre, abbiamo dato una risposta concreta alla necessità di ridurre i rifiuti, senza tuttavia mettere a rischio migliaia di posti di lavoro in filiere produttive chiave per il nostro Paese, come quelle della carta e dell’agroalimentare. Tutelando inoltre i nostri consumatori che potranno così contare sugli elevati standard di igiene e di qualità che contraddistinguono il nostro sistema alimentare. Una questione spinosa e dirimente per la quale i negoziati con Consiglio e Commissione Ue potrebbero ora partire nei prossimi mesi.
Con questo voto potremo dire finalmente addio alle confezioni monouso di sapone, ai sovraimballaggi classici dei tubetti di dentifricio o ai cellofan sulle valigie in aeroporto. E poi abbiamo chiesto un approccio più realistico per quanto riguarda gli obiettivi di riuso degli imballaggi alimentari. Infatti abbiamo inserito una deroga per tutti quei Paesi che, come l’Italia, negli ultimi anni hanno investito in un sistema di riciclo ad alta qualità tra i più efficienti in Europa. E questo, a chi raggiungerà l’85% di riciclo degli imballaggi interessati, consentirà di essere esentato dall’obbligo di riuso.
Inoltre, comparti chiave del settore agroalimentare – dalle Ig all’ortofrutta e al florovivaismo, dai vini alle bevande alcoliche, fino alle bioplastiche e ai contenitori in carta della ristorazione – saranno esclusi da questo regolamento, limitando al massimo il rischio di ulteriori sprechi alimentari.
Per quanto riguarda i fitofarmaci, l’obiettivo indicato dalla Commissione fin dal 2019-2020 nel quadro più generale del Green Deal – il patto con i consumatori – è quello di dimezzare il loro uso per contenere l’impatto ambientale ed eventuali riflessi negativi sulla salute delle persone entro il 2030. Termine che nel novembre scorso, nel frattempo, è stato prorogato al 2035 e ridotto l’obiettivo al 35% in attesa di nuove norme che vadano incontro con alternative concrete alle necessità operative dei nostri agricoltori. Tuttavia con la bocciatura finale in plenaria se riparlerà la prossima legislatura!
E qui si innesta il grande tema delle Nbt (New breeding tecniques) o Tea (Tecniche di evoluzione assistita), che possono rappresentare una valida alternativa ai fitofarmaci di sintesi chimica. Quest’ultime, come è noto, non sono una novità assoluta: la comunità scientifica internazionale le conosce da una ventina d’anni e nel 2020 due ricercatrici sono state insignite, non a caso, del premio Nobel per gli studi condotti su queste nuove biotecnologie. Tecniche di miglioramento genetico infraspecie che, ricordiamolo, non hanno nulla a che vedere con gli Organismi geneticamente modificati e che rendono le piante più resistenti a malattie, stress idrici e a minori costi.
La Commissione Ue ha presentato nel luglio scorso una proposta finalizzata all’approvazione e all’introduzione su larga scala delle Tea. E il Parlamento voterà i suoi emendamenti al testo l’11 dicembre prossimo. Ci auguriamo che con l’anno nuovo, o al massimo nella prossima legislatura, la proposta si traduca in un provvedimento di legge, adeguato sul piano tecnico-scientifico e applicabile in campo.
Gli agricoltori, del resto, sono i primi a voler contribuire alla sostenibilità ambientale. Ma finora, agli sforzi dimostrati con i fatti – ricordiamo che l’Italia, capofila in Europa, negli ultimi anni ha già ampiamente ridotto l’uso di fitofarmaci durante tutte le fasi colturali in campo – non sono seguiti atti legislativi che sanciscano questa transizione ecologica.
In questo contesto, vale ricordare il ‘caso glifosato’, l’erbicida più diffuso e usato da decenni in tutto il mondo per la difesa delle colture. Tutti i tentativi di metterlo al bando che si sono succeduti negli ultimi anni, per una sua presunta cancerogenicità e altri effetti collaterali per la salute dell’uomo, sono stati del resto superati da studi scientifici internazionali che ne hanno riabilitato l’utilità e l’uso in agricoltura e nella cura del paesaggio. Nei giorni scorsi la Commissione, nonostante l’astensione al momento del voto di Italia, Francia e Germania, ha deciso di prorogare il l’autorizzazione all’uso di questo fitofarmaco per altri dieci anni. La nostra astensione, del resto, è dovuta al mancato accoglimento da parte della Commissione della richiesta italiana di introdurre un divieto di uso del glifosato, non solo per il disseccamento, ma in tutte le fasi di pre-raccolta e post raccolta limitando l’uso solo come erbicida.

Approfondimento a cura di Paolo De Castro per l’Accademia dei Georgofili

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