La protesta agricola e la necessità di una nuova Pac

La protesta agricola cresce e si diffonde in tutta l’Europa comunitaria conquistando spazi sempre maggiori nell’informazione. È un fenomeno che attira attenzione e, come si dice, fa notizia. Ma non va confuso con quelli che dopo l’uscita in prima pagina poi scompaiono, travolti dal ritmo frenetico ed effimero dell’informazione. Questo evento è diverso e merita di essere esaminato.
Due osservazioni, innanzitutto. La prima: sui mezzi di informazione trova spazi ed audience, viene accolta quasi con simpatia, il pubblico è portato a condividere una protesta di cui non conosce bene la ragione, un po’ per il vezzo ormai inveterato di esaltare cortei, occupazioni, movimenti di protesta e un po’perché coglie il fatto che questa contiene qualche cosa di autentico, come autentica è l’agricoltura.
La seconda: è un fenomeno che coinvolge i paesi Ue, ma non tutti. È molto forte in Germania, meno e con connotazioni diverse in Francia, in Olanda, ancora meno in altri come l’Italia che è una potenza agricola in Europa. Ma molti Paesi non sono presenti Se si approfondisce il contenuto degli slogan e dei manifesti si scopre che le motivazioni sono diverse, come diverse sono le agricolture, le strutture produttive, le produzioni, le politiche agricole nazionali.
Se si esaminano le motivazioni ne emerge una prima considerazione: siamo di fronte a un problema sfaccettato, ma condiviso, il malessere agricolo nell’Ue. Quali sono le cause? Possiamo riassumerle dicendo che sono le ricadute delle crisi del primo ventennio degli anni 2000 sul settore agricole. L’ultima, la più forte e percepita in agricoltura ora, è l’inflazione con tutto il suo contenuto di incertezza: l’aumento dei costi di produzione, compresi energia e mezzi di produzione, seguiti dai prezzi agricoli ed alimentari. Ma gli andamenti ad un certo punto si sfasano. I prezzi dell’energia e di altre commodity iniziano a scendere e seguite dai mezzi di produzione. Ma quelli agricoli rimangono irregolari e più elevati che all’inizio delle crisi. L’offerta agricola è ridotta perché il clima ha provocato due annate di produzione ridotta. Le prime proiezioni sul 2023 la danno in calo Ue in quasi tutti i Paesi Ue, anche se in modo diverso in relazione alle singole agricolture. Paradossalmente la protesta è più forte nel Paese meno toccato dalla crisi, la Francia, dove però è molto condivisa ed evidente.
Questo disagio diffuso ha cause contingenti e reazioni variabili, ma anche caratteri comuni. Il primo è la sensazione di uno scollamento dell’agricoltura dal resto della società: la simpatia rimane, ma l’agricoltura non si sente più capita e usa mezzi di protesta che non sono i suoi tradizionali nel tentativo di farsi capire. Il fatto però ha radici più profonde. Si è rotto il Patto tacito che storicamente la lega alla società: produrre cibo in cambio di un occhio di riguardo nelle politiche di supporto. Il passaggio chiave di questo processo è l’arrivo delle politiche “Green” con il suo contorno di riduzione delle superfici coltivate, il no all’impiego dei mezzi di produzione, un malinteso ambientalismo, la rinaturalizzazione dei terreni agricoli (vogliamo provare a capire in concreto che cosa significhi dopo le catastrofi della scorsa estate?). Il risultato di questa transizione ambientale è che si produce di meno in tutta Europa, la produttività cala, la scienza e la ricerca scientifica sono demonizzate, la tecnologia e il progresso rifiutati. Intanto nel mondo il cibo diminuisce, arrivano i contraccolpi delle guerre come quella in Ucraina e cresce il numero di sottoalimentati nel mondo. Nel nostro futuro si profila, dopo la crisi energetica, la crisi alimentare diffusa mentre rompiamo il Patto storico agricoltura/società.
Ma nello scenario generale forse qualche cosa cambia. Recentemente la Conferenza sull’ambiente, COP 28, ha operato importanti correzioni di rotta, allentato i vincoli sulla strada della decarbonizzazione dell’energia, scoperto che ci può essere un diesel sintetico bio pulito, che il sistema agricolo può essere la salvezza delle transizioni, rovesciando l’impostazione anti agricoltura. Anche l’Ue sta rallentando la sua marcia verso il Green e lascia più spazio alle soluzioni affidate ai Paesi membri, come per gli edifici green, con proposte e prescrizioni di maggior buonsenso delle precedenti. Quanto all’agricoltura si tratterebbe molto più semplicemente di lasciarle svolgere il suo mestiere nell’ambito di una vera sostenibilità, senza accanimenti inutili e forzature incomprensibili, di quelle migliaia di regole e vincoli contro cui protestano tutti gli agricoltori europei, basta leggere gli slogan dei francesi per comprendere meglio anche questo.
L’attenzione alla protesta agricola è alimentata dal fatto che il 2024 è anno elettorale per il Parlamento Europeo (PE). Ai primi di giugno gli europei voteranno e vi è attesa anche per possibili cambiamenti nella maggioranza che lo guida. I politologi si affannano a fare ipotesi che non escludono strumentalizzazioni anche della protesta agricola. È successo in passato che moti in apparenza spontanei in un Paese, come quello dei “Forconi” da noi, poi si siano rivelati operazioni politiche poco chiare. Il mondo agricolo non vuole essere oggetto di questi meccanismi.
La protesta attuale potrebbe avere tutt’altro esito se favorisse un nuovo Patto agricolo trasversale fra agricoltori i e politiche agrarie in Europa e nei singoli Paesi, se nascessero maggior coesione ed unità di intenti anche nel formulare e supportare politiche di transizione coerenti con le politiche agrarie, se preparasse un futuro meno incerto per l’alimentazione in Europa e nel mondo, per evitare una prossima crisi alimentare semplicemente sostenendo politiche agrarie e ambientali più coerenti e più legate al modo di essere dell’ agricoltura.
Forse farebbe meno notizia, ma sarebbe molto più civile ed efficace e potrebbe incidere positivamente sul futuro dell’agricoltura europea e mondiale. 

Dario Casati per l’Accademia dei Georgofili

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