«La filiera italiana dell’uva da tavola è un pilastro del Made in Italy»

L’uva da tavola italiana è una delle filiere più strategiche dell’ortofrutta nazionale, con una forte concentrazione produttiva in Puglia e Sicilia e una capacità export vicina al 50%. Il presidente della Commissione Italiana Uva da Tavola, Massimiliano Del Core, evidenzia come aggregazione, innovazione varietale e rapporti strutturati con la GDO siano elementi chiave per competere sui mercati globali. La campagna 2026 è stata complessa, con pressioni fitosanitarie e flessioni dei prezzi sulle seedless. Import marginale e un export solido confermano la centralità del comparto, che per crescere deve puntare su promozione coordinata, identità territoriale e presenza unitaria sui mercati esteri.

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Intervista al Presidente della Commissione Italiana Uva da Tavola

L’uva da tavola italiana non è solo una delle produzioni simbolo dell’ortofrutta nazionale: è un settore strategico per valore economico, capacità esportatrice e radicamento territoriale. Ne parliamo con  Massimiliano Del Core,  Presidente della Commissione Italiana Uva da Tavola (CUT), che rappresenta produttori, organizzazioni e operatori di Puglia, Basilicata e Sicilia.

Qual è il peso della filiera dell’uva da tavola nel panorama ortofrutticolo italiano?

«La nostra filiera è fondamentale per due motivi. Il primo riguarda il territorio: la produzione è fortemente concentrata in due areali, Puglia e Sicilia, veri distretti specializzati capaci di generare economie di scala e sinergie lungo tutta la catena del valore.
Il secondo riguarda i volumi e i valori generati. L’Italia è un player di assoluto rilievo: circa il 50% della nostra uva viene esportata e l’altro 50% resta sul mercato interno. In termini di valore, è una delle filiere più performanti dell’ortofrutta italiana, seconda solo alle mele per capacità di export.

L’importanza dell’uva da tavola non è solo economica ma anche d’immagine: rappresenta un’eccellenza del Made in Italy fresco, grazie a produzioni che si distinguono per qualità, innovazione e salubrità. L’Italia mantiene standard molto elevati nell’uso di fitofarmaci e questo è riconosciuto sia dai mercati sia dai consumatori.»

Come si è chiusa la campagna 2026?

«La definirei una campagna complessa e altalenante. La domanda di mercato, soprattutto in alcuni momenti, non è riuscita ad assorbire l’offerta in arrivo – in particolare dalla Puglia – e questo ha generato tensioni sui prezzi.

Sul fronte agronomico l’annata è stata impegnativa: nella parte finale della stagione abbiamo dovuto gestire pressioni di Botrite, che ha complicato le operazioni di campo e le scelte di raccolta.

Sul fronte prezzi, le uve seedless hanno registrato mediamente un -20% rispetto al 2025, mentre le uve con semi hanno mantenuto una certa stabilità grazie a un’offerta in riduzione, in un contesto di piena transizione varietale dal “con seme” al “senza semi».»

Quali sono, secondo la CUT, i punti di forza e le criticità della filiera?

«Il primo punto di forza è uno solo ma decisivo: l’aggregazione.
Senza organizzazioni strutturate – OP, cooperative, reti di imprese – non si può affrontare un mercato così competitivo. L’aggregazione permette di:

  • divulgare più rapidamente l’innovazione varietale e tecnica;
  • rafforzare la posizione contrattuale con la distribuzione;
  • migliorare la valorizzazione del prodotto;
  • creare filiere serie, tracciabili e riconoscibili.

Dobbiamo crescere in filiere costruite attorno a licenze varietali, ma anche rafforzare le filiere tradizionali, in grado di garantire continuità e standard elevati richiesti dalla GDO.

Non va dimenticato che in Italia oltre il 70% dell’uva sul mercato interno passa per la distribuzione organizzata, mentre all’estero si arriva addirittura al 90%. Questo significa che i nostri interlocutori principali sono i retailer: per soddisfarne gli standard servono massa critica e programmazione, impossibili per una singola azienda.»

Quanto pesano oggi import ed export in Italia?

«L’import è marginale: meno del 3% del totale commercializzato. In stagione praticamente non importiamo; fuori stagione arrivano quantità contenute da Perù, India, Sudafrica, principalmente per mantenere la presenza a scaffale.

L’export, invece, rappresenta una colonna portante: circa il 47–48% della produzione italiana prende la via dei mercati esteri, mentre il resto resta in Italia. Una quota minima viene destinata all’industria (surgelati, trasformati, estrazione di fruttosio).

Il vero punto critico? La nostra filiera, a differenza di quella spagnola, è nata negli anni ’70-’80 per servire il mercato interno, e solo in un secondo momento si è orientata all’estero. Questo ha rallentato la capacità di interpretare tempestivamente gli standard dei mercati internazionali.
Oggi lo facciamo molto meglio, ma senza aggregazione e senza promozione si rischia di basarsi troppo sulle singole performance aziendali.»

È proprio qui che entra in gioco la Commissione Italiana Uva da Tavola…

«Esatto. La CUT, insieme alle OP associate e agli operatori di Puglia, Basilicata e Sicilia, svolge un ruolo che il singolo produttore non potrebbe sostenere da solo.
Ci occupiamo di:

  • valorizzazione del prodotto,
  • promozione dell’origine,
  • posizionamento dell’uva italiana sui mercati esteri,
  • comunicazione verso consumatori e retailer,
  • attività trasversali non legate a una sola varietà o a un singolo marchio.

Lavoriamo in sinergia anche con i Consorzi IGP di Puglia e Sicilia, fondamentali per dare valore alla componente identitaria delle nostre uve tradizionali con semi, che senza un’azione di racconto e tutela rischierebbero di perdere appeal.

Il valore aggiunto della territorio–tipicità è un patrimonio che dobbiamo saper trasmettere e difendere.»

L’uva da tavola italiana è una delle colonne portanti dell’ortofrutta nazionale. Ma è una filiera che oggi deve affrontare la sfida della competitività globale con strumenti nuovi: aggregazione, innovazione, promozione e una presenza coordinata sui mercati.
La CUT, con il suo lavoro su scala nazionale e con le sinergie territoriali, si pone come perno di questa trasformazione.

Autore

  • Francesca Galizia

    Mi chiamo Francesca Galizia e sono laureata in Agraria. Questo settore, per me, è croce e delizia: complessità, stupore, ma anche fatica. Il mondo agricolo è estremamente eterogeneo e capirne le dinamiche non è spesso facile, ma è talmente affascinante e ricco che staccarcisi è impossibile. C'è una frase che mi accompagna da quando ho iniziato il mio percorso di studi e che penso non mi abbandonerà mai: “In agricoltura non c'è una risposta universale, l’unica risposta possibile è: ‘dipende’.”

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