La filiera del ciliegio e l’arte tutta italiana di restare fermi

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C’è qualcosa di profondamente italiano nella filiera del ciliegio: la straordinaria capacità di raccontarsi eccellenza mentre il mondo corre e noi restiamo immobili.

Questo soprattutto al Sud, e in Puglia in particolare; altrove si piantano impianti moderni, si cambiano varietà, si studiano portinnesti, si progettano frutteti come fossero fabbriche di qualità. Qui in Puglia invece, il ciliegio continua a essere trattato come un monumento storico: lo si contempla, lo si difende a parole, ma guai a toccarlo davvero.

La contraddizione è sotto gli occhi di tutti. I vivai italiani vendono piante e innovazione all’estero. In Cile, in Spagna, in Grecia, in Turchia e persino in Trentino ormai vengono piantate nuove varietà che  vengono protette e gestite con sistemi moderni. Lì diventano ciliegie da export, con calibro, croccantezza e shelf life pensate per stare settimane sui mercati.

La domanda, a questo punto, diventa inevitabile: perché gli altri paesi ed il Nord Italia  riescono a investire sulla shelf life, sulla logistica, sulla conservabilità e noi qui al Sud no?

Non è una questione di clima. Non è una questione di know-how. E non è neppure una questione di genetica, è più semplicemente, una questione di filiera.

Altrove la ciliegia è un progetto industriale. Si decide che tipo di frutto produrre, per quale mercato, con quale durata commerciale. Si progettano impianti coperti, si programmano raccolte scalari, si selezionano varietà compatibili con la logistica globale. Da noi in Puglia, che ricordo detiene oltre 80% della produzione Nazionale, troppo spesso, la ciliegia resta un fatto agricolo. Se piove è un problema perché spacca, se c’è vento forte  è un problema perché piena di macchie, se il mercato chiede continuità è un problema perché non c’è prodotto idoneo.

E così il sistema si muove in modo schizofrenico: i vivai innovano, i produttori resistono, i commercianti dopo aver investito milioni di euro in macchinari e calibratrici restano al palo. Ognuno corre per conto proprio, mentre la filiera resta ferma.

Nel frattempo il mercato cambia. La grande distribuzione non compra più solo ciliegie buone: compra ciliegie affidabili. Vuole volumi, continuità  e durata. Vuole frutti che possano viaggiare, stare in scaffale, arrivare integri al consumatore. Gli altri paesi lo hanno capito da anni. Hanno investito in varietà con più shelf life, in coperture, in impianti ad alta densità, in logistica del freddo. Noi, invece, continuiamo a discutere se convenga o meno cambiare varietà.

Eppure basterebbe guardarsi intorno per capire che il vero rischio non è innovare. Il vero rischio è restare fermi mentre gli altri costruiscono il mercato del futuro.

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