La crisi idrica: l’analisi dal campo
La crisi idrica che stiamo attraversando è una delle problematiche più sentite e più allarmanti dell’agricoltura odierna.
Abbiamo chiesto ad Alfonso Di Pietro (titolare dell’omonima azienda agricola) per la BAT, a Pasquale Bruno (responsabile commerciale di Natura Ortagg)i per l’areale Lucano, ed a Francesco Gigante (Dottore Agronomo, Fitopatologo di campo, Amministratore della Girifalco Srl) per l’areale tarantino, di descrivere i risvolti di questa calamità, sulle produzioni e sulla gestione delle risorse.
Crisi idrica. Ormai è percepito come il pericolo più importante per i raccolti. Quale è l’impatto della scarsità di acqua nel vostro territorio e quali sono le colture maggiormente colpite?
Alfonso Di Pietro: La scarsità d’acqua è oggi il rischio principale per i nostri raccolti. In Puglia, colpisce soprattutto ortaggi, frutteti e oliveti. Non è più un’emergenza stagionale, ma una realtà costante che compromette resa e qualità. Ad oggi le colture maggiormente colpite sono mandorle, olive e uve da tavola e da vino, poiché sono colture che devono, per forza di cose, superare la stagione estiva con i frutti ancora presenti, e quindi sono le più stressate.
Pasquale Bruno: La scarsità della risorsa idrica sta diventando un problema sempre più evidente. Nella mia zona, almeno per il momento, con una riduzione del 30-40% delle superfici coltivate, si riesce comunque a portare avanti le coltivazioni. Tuttavia, questa riduzione ha colpito in modo significativo soprattutto le colture primaverili-estive, come il pomodoro da industria, che sta risentendo in maniera enorme della carenza d’acqua. Anche le brassiche sono state interessate, quindi in particolare le verdure estive, soprattutto per quanto riguarda i trapianti. Rispetto all’anno scorso, la riduzione stimata sarà almeno del 30% in più.
Francesco Gigante: Ormai la crisi idrica rappresenta un fattore limitante per la produzione agricola. Chiaramente la situazione varia da zona a zona. Nella parte della Puglia in cui opero, lungo l’arco ionico, l’agricoltura non dipende dall’acqua consortile, ma da quella estratta dai pozzi. Questo ci ha permesso, almeno finora, di rispondere alle esigenze delle colture e andare avanti.
Al contrario, la situazione è molto più critica in Basilicata, sempre lungo l’arco ionico, dove le aziende agricole sono state sviluppate tenendo conto delle possibilità irrigue garantite dal consorzio di bonifica. In quella zona, la crisi è concreta e tangibile: gli investimenti delle aziende agricole sono seriamente a rischio.
Come si stanno muovendo gli agricoltori per gestire questa emergenza che ormai è diventata strutturale nel corso degli anni? Come sta cambiando l’approccio nella gestione della risorsa idrica?
Alfonso Di Pietro: Chi ha la possibilità di cambiare coltura lo sta già facendo, spostandosi più verso fruttiferi precoci. Ma servono soluzioni strutturali: da soli non possiamo reggere a lungo. I nuovi impianti vengono fatti con impianti irrigui più razionali, con gocciolatori sempre più piccoli e con turni irrigui più stretti. Stiamo inoltre puntando su irrigazione a goccia, recupero delle acque piovane, sensori e varietà più resistenti.
Pasquale Bruno: Nella zona della Basilicata, riusciamo a gestire la situazione perché la maggior parte degli agricoltori riesce a formalizzare una programmazione con i magazzini. Si tratta quasi esclusivamente di merce contrattata, che viene poi distribuita in base alla disponibilità idrica. Tuttavia, il problema nasce nel momento in cui dobbiamo cedere milioni di metri cubi d’acqua alla regione Puglia, in particolare al Consorzio di Capitanata. Esistono accordi pregressi che incidono sulle colture della Basilicata, creando disagi agli agricoltori locali. Il problema fondamentale, dal mio punto di vista, è la disorganizzazione della Capitanata, dove si coltiva senza una vera programmazione. Hanno abusato della risorsa idrica in maniera spropositata, e oggi si ritrovano a dover domandare acqua alla Basilicata, alla Campania e al Molise. Sono situazioni che poi creano forti disagi agli agricoltori delle regioni coinvolte.
Francesco Gigante: Gli agricoltori da anni stanno adeguando i propri impianti per affrontare la crisi idrica. Oggi è molto diffuso l’uso della manichetta, che ha un’elevata efficienza irrigua. Tuttavia, con i turni consortili imposti, questo sistema diventa poco funzionale. Alcune aziende hanno dovuto abbandonare la manichetta per tornare all’uso di gocciolatori a portata elevata, più adatti ai turni di irrigazione che spesso sono di sole 4 ore ogni 4 giorni.
Molte aziende hanno investito nella costruzione di vasconi per la raccolta dell’acqua, così da poterla gestire in autonomia. In Puglia, nonostante un abbassamento delle falde, in molte aree c’è ancora disponibilità di acqua sotterranea. Tuttavia, se la siccità dovesse diventare strutturale anche qui, le problematiche si aggraverebbero ulteriormente.
Economicamente parlando quanto incide questa variabile sui volumi di affari e, soprattutto, come si può continuare ad investire?
Come riuscite a fare programmazione?
Alfonso Di Pietro: In termini economici, la variabile irrigazione è la spesa più impattante sui costi di gestione, ma si continua ad investire perché si spera che l’annata in corso sia sempre migliore e che i prezzi di mercato siano calibrati sulla spesa, compensando gli alti costi sostenuti e garantendo un guadagno all’agricoltore.
In agricoltura difficilmente puoi programmare tutto perché è un’azienda a cielo aperto. Noi, come imprenditori, cerchiamo di dare il meglio, ma tutto poi può cambiare a causa di eventi atmosferici avversi. Quello che facciamo è pianificare, con strumenti digitali e valutazione di scenari climatici, ma la variabilità è alta.
Pasquale Bruno: Per quanto riguarda la prossima stagione, almeno per le colture che bisognerebbe trapiantare in estate, prevedo una riduzione importante. Come ogni anno, i volumi aumentano successivamente con i trapianti di verdure che iniziano dalla fine di settembre e si prolungano poi per ottobre, novembre e dicembre. Praticamente, dopo la raccolta del pomodoro, gli agricoltori riversano tutte le proprie potenzialità sui trapianti invernali, che però nella stragrande maggioranza dei casi avvengono senza una vera programmazione.
Dal punto di vista economico, la variabilità della disponibilità idrica incide fortemente sui volumi di affari. Senza certezza sull’acqua disponibile, diventa difficile fare investimenti strutturali o programmare con sicurezza. Chi riesce a contrattare prima riesce a tutelarsi meglio, ma il problema rimane di fondo.
Francesco Gigante: L’impatto economico è molto elevato. Da un lato ci sono i costi crescenti legati all’irrigazione: nuove condotte, autopompe, vasconi, impianti alternativi… Dall’altro, ci sono le perdite produttive: meno resa e qualità inferiore.
Ad esempio, lo scorso giugno in molte zone dove l’acqua scarseggiava si sono registrate gravi perdite di agrumi. Le aziende devono fare i conti con un doppio danno: investimenti straordinari per sopperire alla crisi e mancati introiti legati alla riduzione delle produzioni. Tutto questo rende sempre più difficile continuare a investire.
Non si riesce a fare programmazione. Ci si basa sulle risorse disponibili al momento e spesso ci si affida anche un po’ al caso, pur di andare avanti. Si cerca di pianificare solo in base alle disponibilità idriche certe o quasi certe.
La comunità agricola locale cosa chiede alle istituzioni? Quali sono le priorità sulle quali intervenire?
Alfonso Di Pietro: Le proposte del mondo agricolo sono tante. Innanzitutto chiediamo di investire nei dissalatori e nelle vasche di stoccaggio delle acque, per poter aumentare le fonti irrigue disponibili e sfruttare al meglio quella che già ci viene data gratuitamente.
Chiediamo inoltre di essere considerati come i custodi dei territori, coloro che si spaccano la schiena dalla mattina alla notte per preservare il nostro paesaggio e per produrre gli alimenti per tutti. Ancora oggi sembra che la burocrazia produca cibo e muova l’economia, mentre gli agricoltori sono solo imprenditori che sfruttano tutto ciò che li circonda per un personale tornaconto.
Solo per poter irrigare, spendiamo anche 150.000 euro per la realizzazione di un pozzo artesiano, spendendo poi 20-30 euro l’ora per emungere acqua.. a livello economico ci dissanguano.
Nonostante tutto, siamo ancora considerati degli sprovveduti, tanto da imporci contatori volumetrici e restrizioni.
Pasquale Bruno: La comunità agricola chiede innanzitutto una gestione più equa e razionale della risorsa idrica tra le regioni. Serve chiarezza sugli accordi, ma anche un maggiore controllo sull’uso dell’acqua, per evitare gli abusi che si sono verificati. Inoltre, è necessario promuovere una cultura della programmazione agricola: non si può più pensare di coltivare “alla cieca”, senza sapere se ci sarà acqua sufficiente per portare avanti la produzione.
Le priorità sono: trasparenza nella distribuzione dell’acqua, investimenti in infrastrutture per l’irrigazione efficienti, sostegno alla programmazione agricola e alla contrattualizzazione delle produzioni. Serve un intervento strutturale e non solo emergenziale.
Francesco Gigante: Spesso si parla solo della scarsità di acqua irrigua, ma c’è una componente antropologica fondamentale di cui nessuno parla: l’inefficienza umana.
Siamo in emergenza da anni, ma nulla è cambiato. La rete consortile è inefficiente, sembra un colabrodo, piena di perdite non riparate. Gli operatori, spesso senza esperienza, non sono in grado di gestire adeguatamente la rete. Le inefficienze sono tante: mancanza di controlli, incapacità di riparare i guasti, nessuna azione preventiva.
Quando c’è abbondanza d’acqua, una perdita del 50% può sembrare tollerabile. Ma con la crisi idrica attuale, non possiamo permetterci di perdere nemmeno una goccia. Per questo, tra molti agricoltori cresce la convinzione che una gestione privata dell’acqua irrigua sarebbe probabilmente più efficiente.
Le priorità sono quindi: modernizzazione delle reti idriche, maggiore competenza nella gestione, più controlli e manutenzione continua.