Italia un paese di vecchi che prende in giro i giovani (anche in agricoltura)

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Un paese ci vuole, non fosse altro che per il gusto di andarsene via. Quando lo diceva Pavese ne “La luna e i falò” lo spopolamento delle aree rurali era una realtà, ma i numeri ormai fanno impressione e così i rischia che qui rimaniamo, come diceva Totò “ie, mammeta e tu!”.

Secondo il report della Fondazione Think Tank Nord Est in Puglia in 10 anni abbiamo perso 130.000 residenti. E il dato è preoccupante perché sono per lo più giovani, molti dei quali formati e laureati, quindi non parliamo della cosiddetta manodopera generica, ma potenziali manager e leader. E chi va via è nato quasi sempre nei piccoli paesini di pavesiana memoria. La cosiddetta Italia di mezzo, quella che sta a metà tra la città e le zone prettamente montane.

Secondo un’altra indagine (Rapporto Giovani e Agricoltura di Ismea con RRN) in queste zone è crollato il numero di giovani: -44% in dieci anni. Un dato impressionante che va letto in prospettiva, ovvero in accoppiamento al dato sulla denatalità e sull’invecchiamento della popolazione.

Siamo un paese sempre più vecchio, con meno giovani e meno nascite. Stiamo bene, insomma! Ed è questa la premessa che fa scricchiolare la “narrazione” ufficiale delle associazioni di categoria e dei diversi governi che si sono succeduti, secondo la quale l’agricoltura è un settore ancora attrattivo per i nostri giovani, anzi uno di quelli che darebbe maggiori prospettive.

Peccato che gli ultimi dati non fanno che screditare questa versione patinata sul nostro settore: secondo la sopracitata indagine (che si basa sui dati del Censimento del 2020) il numero di aziende condotte da under 40 ha mostrato in un decennio (2010-2020) un calo del 2,2%, ovvero nel 2010 il 9,3% del totale (104.886) era condotto da under 40, rispetto al 11,5% del 2010. Un dato che confuta una volta per tutte la teoria secondo la quale basterebbe dare incentivi a fondo perduto a disoccupati per rendere attrattivo un settore che, e lo possiamo dire, appare sempre più abbandonato a se stesso. Perché come sempre accade si cerca di interpretare i dati a proprio vantaggio, si flettono le statistiche quel tanto che basta per dire quanto sono bello e quanto sono bravo. Ma i numeri, quelli veri, quelli asettici, quelli imparziali non mentono mai e la fonte è di quelle autorevoli.

Manca una visione olistica e globale dell’agricoltura che, tuttavia, deve essere incanalata nell’alveo di studi strategici che si occupino della dicotomia tra città e campagna, tra aree interne ed aree metropolitane, ma anche tra competizioni che avvengono su scala globale che spingono i territori a competere tra loro per attrarre persone, capitali e informazioni con altri paesi che si trovano a migliaia di km di distanza.

Non sarà certo la guerra a fermare quel fenomeno chiamato globalizzazione. Indietro non si può più tornare. Bene si fa quando si parla di digital divide, di contrasto alla frammentazione delle imprese, di innalzamento del profilo di studi degli agricoltori. Tutto giusto, anzi giustissimo. Ma si pensi anche alle infrastrutture che mancano al SUD, all’assenza di poli logistici e di HUB di stoccaggio, all’arretratezza dei collegamenti marittimi e fluviali, alla mancata capacità di attrarre capitali e di innovazione varietale, all’assenza di manager con skills ed expertise di livello internazionale. Viviamo in paesini in cui se chiami al Comune parlando inglese ti sbattono la cornetta in faccia. Paesi che non offrono servizi per i giovani che hanno famiglia e devono dedicarsi al lavoro. Dove le scuole bilingue le trovi solo pagando fior fior di soldi. Paesi che si possono chiamare paesi solo per il gusto di andarsene… chi può!

Editoriale a cura di Donato Fanelli

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