Intervista esclusiva a Enrica Mammucari, Segretaria Generale dell’Unione Italiana dei Lavori Agroalimentari

L’agricoltura italiana è eccellenza mondiale grazie alla qualità e alla varietà delle sue produzioni, ma resta segnata dal fenomeno del caporalato e dallo sfruttamento. Negli ultimi anni, l’azione sindacale ha ottenuto importanti risultati legislativi e tutele per i lavoratori, ma servono nuove politiche europee e nazionali per garantire legalità, diritti e sostenibilità di fronte a crisi climatica, tagli alla PAC e concorrenza sleale.

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In Italia, quando si parla di agricoltura, da un lato si evoca la qualità delle nostre produzioni, con le tante Dop, Igp, Stg simbolo e garanzia della bontà del Made in Italy nel mondo; allo stesso tempo, però, i media, anche quelli internazionali, riportano una realtà fatta di caporalato e sfruttamento delle persone. Come si spiega questa contraddizione?

L’agroalimentare rappresenta la punta di diamante del nostro Made in Italy per la varietà e qualità delle sue produzioni, per i livelli di export in continua crescita, per il prestigio di cui gode tra i consumatori di tutto il Mondo. Non va, però, dimenticato che dietro questo successo ci sono la professionalità, l’impegno e la fatica di oltre 1milione di lavoratrici e lavoratori. Per questo chiediamo che venga riconosciuto il valore del lavoro, che questi prodotti profumino di legalità e abbiano il sapore del rispetto dei diritti e che, per questo, i consumatori li scelgano sempre di più. La lotta per il cibo sano e giusto, libero dallo sfruttamento del lavoro, è un problema planetario che investe le dinamiche del mercato globale, nel quale deve essere riconosciuta la dimensione sociale del cibo.

Malgrado siamo convinti che la maggior parte delle aziende agricole italiane siano sane, applichino i contratti di lavoro e rispettino le leggi sociali, il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento irregolare del lavoro in Italia persiste e ne sono vittime sia italiani che stranieri.

In tanti anni di lotta, il sindacato e la Uila in prima fila, ha perseguito e raggiunto, numerosi risultati, sia sul piano contrattuale che su quello politico con l’introduzione del reato di caporalato, con la legge 199/2016, con l’applicazione della condizionalità sociale della PAC, con il Dl Agricoltura del 2024 e con altri provvedimenti importanti.

Oggi possiamo dire che, grazie alla nostra azione sindacale, l’Italia, dal punto di vista legislativo è il paese più avanzato in Europa in materia di contrasto al caporalato. Voglio sottolineare un aspetto: il fenomeno del lavoro irregolare in agricoltura non è una peculiarità italiana ma riguarda, in misura maggiore o minore, tutti i paesi europei, con la differenza che, mentre negli altri paesi le condizioni di lavoro in agricoltura non fanno notizia, nel corso degli anni, molte campagne stampa internazionali si sono focalizzate su determinate produzioni e aree geografiche del nostro paese, dipingendole come luoghi infernali, caratterizzati unicamente dallo sfruttamento del lavoro e danneggiando l’immagine commerciale di importanti comparti del nostro Made in Italy.

A proposito di contraddizioni, le segnalo che in Italia c’è un esercito di fantasmi: sono lavoratori migranti entrati legalmente nel paese ma che, scaduto il permesso di lavoro, sono diventati automaticamente dei clandestini, facili prede della delinquenza organizzata. La contraddizione è evidente: un paese che ha bisogno di lavoro nelle campagne nega, da un giorno all’altro, a queste persone il diritto di continuare a vivere e lavorare in Italia. Anche su questo punto abbiamo ottenuto dei primi risultati ma c’è ancora molto da fare.

Parliamo dall’Europa. Come giudica la proposta di un Fondo unico europeo e la riduzione del Budget agricolo?

È una scelta inaccettabile, un vero auto-sabotaggio per l’agricoltura europea, i lavoratori e le imprese che assicurano cibo di qualità, tutela ambientale e democrazia dei territori. Un piano che tradisce gli stessi principi fondanti dell’Europa, sottraendo risorse al benessere sociale, ambientale ed economico per finanziare il riarmo. Per l’agricoltura è previsto un taglio del 28% da 420 a 302 mld € che per l’Italia significa una perdita secca di 8 mld €. Per non parlare della pesca che, in virtù dei trattati istitutivi dell’UE meriterebbe particolare attenzione, il cui budget si riduce del 60% (da 6 a 2 mld €). Sicuramente questi tagli avranno pesanti ricadute economiche e sull’occupazione.


E poi c’è la spada di Damocle della transizione ecologica che incombe sull’economia e le imprese europee

La transizione ecologica è una politica condivisibile ma deve porsi degli obiettivi realistici, basati su un’analisi “laica” costi-benefici e non su un furore di tipo “ideologico”. Fa rabbrividire la notizia di fondi pubblici distribuiti dalla Commissione europea a determinate Organizzazioni non governative per finanziare studi che suffragassero le tesi “ideologiche” di chi ha scritto il Green Deal.

C’è da aggiungere che il Green Deal è stato immaginato e scritto prima dell’emergenza Covid 19 e della corsa inflattiva che ne è derivata, prima dell’esplodere di scenari di guerra in Ucraina e in Palestina e prima della stagione dei dazi imposta dal presidente USA Trump che stanno portando a mutamenti strutturali nella globalizzazione che abbiamo conosciuto finora e nel multilateralismo.

Rispetto al resto del Mondo, l’Europa e le aziende europee hanno certamente fatto di più, in termini ambientali e di riduzione delle emissioni inquinanti. Malgrado ciò esse rischiano di subire i danni maggiori proprio a causa di una politica europea che oggi appare draconiana e fuori contesto e che condanna le aziende europee a subire la concorrenza sleale di quei paesi che non rispettano le norme stringenti applicate nel nostro continente. Per questo riteniamo che l’Europa debba far valere il principio di “reciprocità” negli accordi di libero scambio con gli altri paesi e pretendere che i prodotti importati nell’Unione soddisfino gli stessi requisiti, in termini ambientali, sanitari e, anche, di rispetto delle norme sul lavoro, vigenti per le imprese europee.

Ma la crisi climatica avanza, i fenomeni meteorologici estremi colpiscono il territorio, le ondate di calore ostacolano le attività produttive, in particolare l’agricoltura. Cosa bisogna fare?

Occorre proteggere il territorio, prevenire le conseguenze dei fenomeni meteorologici estremi, tutelare i lavoratori.
La scorsa settimana è stata approvata una importante misura a tutela dei lavoratori in caso di sospensione o riduzione delle attività lavorative dovute a eccezionali situazioni climatiche, comprese le ondate di calore. Il decreto recante «Misure urgenti di sostegno ai comparti produttivi” prevede, infatti, che i trattamenti della cassa integrazione speciale per gli operai agricoli (Cisoa) vengano riconosciuti a tutti i lavoratori, anche a quelli stagionali che erano prima esclusi da qualsiasi beneficio della Cisoa. Si tratta di un risultato straordinario, frutto del costante impegno e dell’attenzione della Uila e della Uil, che riconosce un importante sostegno a 900 mila lavoratori stagionali che rappresentano il cuore pulsante della nostra agricoltura. Il provvedimento, per ora, è transitorio e si applica dal 1° luglio al 31 dicembre 2025. È evidente che il nostro impegno sarà di renderlo strutturale.
Per quanto riguarda la protezione del territorio, considerando che l’Italia è un paese prevalentemente montano che, letteralmente, frana verso il mare ma che, allo stesso tempo, soffre sempre più del fenomeno della siccità, occorre rilanciare un grande progetto per la messa in sicurezza dei versanti, il rilancio della forestazione, la creazione di invasi per la raccolta e la conservazione delle acque piovane. Le risorse umane per realizzare questo progetto ci sono, sono le migliaia di lavoratori forestali e dei consorzi di bonifica; occorre valorizzare la loro professionalità e investire per la loro stabilizzazione lavorativa e per favorire il necessario ricambio generazionale. Quello che manca per realizzare questo grande progetto sono, soprattutto, la volontà politica e la capacità di progettare e investire le risorse disponibili.

La riforma della PAC 2023-2027 ha introdotto la norma sulla condizionalità sociale degli aiuti alle imprese. In cosa consiste?
La condizionalità sociale è una norma che si basa su un principio etico semplice e chiaro: l’azienda irrispettosa dei diritti del lavoro non merita un premio; una norma che i sindacati italiani rivendicavano da 20 anni e che abbiamo ottenuto nel 2023. Per la prima volta, nel diritto comunitario, la concessione di un contributo viene subordinato al rispetto dei diritti del lavoro. L’Italia è stato il primo paese ad attuarla e, nell’incontro della scorsa settimana, il governo ha fornito i primi dati sulla sua applicazione che rappresentano un passo importante nel contrasto all’illegalità.

In vista della riforma per la PAC post 2027, abbiamo chiesto che questa norma venga applicata in tutti i paesi dell’Unione e che venga estesa anche ad altri fondi europei. Così come abbiamo chiesto al governo di difenderla, a spada tratta, dai diversi paesi e confederazioni agricole europee che vorrebbero abrogarla.

Prima accennava al Dl Agricoltura del luglio 2024, cosa prevede? È stato attuato?

Il decreto contiene due norme fondamentali: la realizzazione di un sistema che incroci i dati di Inps, Inail, Agea e Inl, per orientare le ispezioni; l’istituzione della banca dati degli appalti che impone trasparenza e capienza economica della ditta appaltatrice, insieme all’obbligo di una polizza fideiussoria a garanzia del pagamento di retribuzioni e contributi ai lavoratori dipendenti.

Sono due norme che riteniamo molto positive perché vanno nella direzione della legalità e della giustizia sociale. La Banca dati degli appalti rappresenta un freno all’azione di imprese e cooperative senza terra dietro le quali, molto spesso, si nascondono intermediazione illecita e sfruttamento. L’incrocio dei dati tra le diverse attività ispettive, poi, è un obiettivo che il sindacato insegue da anni e che può migliorare la qualità dei controlli. Nel recente incontro con il governo e gli enti preposti alla vigilanza ci è stato assicurato che è in scrittura il decreto per rendere pienamente operativa la banca dati sugli appalti e che saremo convocati a settembre per proseguire il confronto e rendere pienamente efficace questo strumento. Altresì, è importante ricordare un’altra misura che può concorrere a sradicare lo sfruttamento: la definizione dei costi medi di produzione, contenenti il corretto costo del lavoro, come riferimento negli accordi di filiera o commerciali. La giusta remunerazione alla produzione primaria, all’interno della filiera, eviterebbe la guerra del prezzo più basso, dove a pagarne gli effetti sono proprio i lavoratori.

Parliamo di ispezioni e controlli. Se ne fanno pochi? Vengono fatti bene?

Il tema delle ispezioni è una spina nel fianco per il nostro paese. Nel 1981, l’Italia ha ratificato la Convenzione C 129 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) sulle ispezioni in agricoltura e, da allora, l’OIL ha ripetutamente chiesto al nostro governo chiarimenti sulla sua applicazione, in quanto il numero di ispezioni eseguite risultava molto esiguo e, soprattutto, il ruolo degli ispettori e la qualità dei controlli non rispondevano al principio fondamentale della Convenzione di tutelare tutti i lavoratori, anche gli stranieri irregolari, garantendo loro il rispetto dei diritti contrattuali, salariali e contributivi.

Quando avvengono le ispezioni, normalmente, si sanzionano le aziende ma ci si dimentica dei lavoratori che sono i soggetti più vulnerabili. In particolare, se si tratta di migranti irregolari, sebbene sia stata data maggiore tutela alle vittime di sfruttamento con la previsione dell’art.18 ter del Testo unico sull’immigrazione, ancora troppo spesso essi subiscono un furto salariale, rispetto al quale non sempre viene attivato lo strumento della diffida accertativa nei confronti dell’azienda, unico strumento per consentire il recupero del maltolto.

Su tutti questi aspetti, nel giugno 2023 l’OIL ha ufficialmente richiamato l’Italia e, forse anche sulla spinta di questa pressione oltre che della forte azione sindacale, negli ultimi due anni sono stati fatti dei passi in avanti, con il Dl Agricoltura, con il decreto Flussi che ha introdotto modifiche positive e con la legge 145 che ha riconosciuto il diritto a un permesso speciale per ricerca lavoro ma solo a partire dal 2025. Abbiamo chiesto che questo diritto sia riconosciuto anche ai migranti che si trovano da anni in Italia. Chiederemo, inoltre, di istituire un Fondo per le vittime di sfruttamento che garantisca loro un effettivo e rapido risarcimento, così come suggerito dall’OIL al nostro paese.

La legge 199/2016 ha segnato un importante punto di svolta nella lotta al Caporalato. Da un lato ha equiparato come responsabili del reato di intermediazione illecita, sia il Caporale che l’imprenditore suo cliente; dall’altro ha istituito la Rete del lavoro agricolo di qualità con l’obiettivo di rendere più trasparente e regolare il mercato del lavoro agricolo. A che punto siamo?

La legge 199/2016 è stata fortemente voluta dal sindacato ed è considerata come la migliore in Europa contro lo sfruttamento del lavoro agricolo; ha sicuramente avuto un effetto deterrente e ha contribuito a far emergere il lavoro sommerso. Due dati: negli ultimi 10 anni, il numero di giornate lavorate pro-capite è cresciuto del 16%, così come si è ridotto del 25% l’esercito di lavoratori (oggi sono circa 100.000) con meno di 10 giornate di lavoro l’anno denunciate all’Inps.

A fronte di questi cambiamenti, frutto della accresciuta capacità investigativa e repressiva offerta dalla legge, è necessario però darle una piena attuazione: da un lato incentivando l’iscrizione delle aziende alla Rete del lavoro agricolo di qualità; dall’altro, dando immediata operatività alle sezioni territoriali della Rete e coinvolgendo gli enti bilaterali agricoli territoriali (Ebat) che, oltre a possedere l’anagrafica dei lavoratori e delle aziende che applicano i contratti, possono contribuire a rendere più efficace e trasparente l’incontro tra domanda e offerta di lavoro e intervenire sui temi dei trasporti e degli alloggi dei braccianti.

Quanto è importante il ruolo delle parti sociali e del dialogo sociale nella lotta al caporalato?

È fondamentale. Da sempre la Uila ha sostenuto il co-protagonismo delle parti sociali per favorire la crescita consapevole dell’agricoltura italiana e la storia della bilateralità agricola testimonia quanto è stato fatto per promuovere la qualità del lavoro e l’eticità delle produzioni. La bilateralità, frutto della contrattazione collettiva, è una grande palestra di democrazia e rappresenta, per noi, la forma più alta e compiuta di dialogo sociale che, in molti casi ha saputo anticipare il legislatore assicurando prestazioni e servizi innovativi ed evoluti per coniugare il miglioramento delle tutele alla sana competitività aziendale. Per questo abbiamo costituito nel mese di maggio a Bari la Rete Uila degli Ebat per mettere a fattore comune le migliori pratiche in materia di welfare, politiche attive, formazione, salute e sicurezza.
Le dirò di più, abbiamo chiesto al governo di affidare alla Bilateralità agricola un ruolo strategico in materia di politiche attive, mercato del lavoro, salute e sicurezza, inclusione dei lavoratori migranti, affinché gli Ebat diventino lo strumento tecnico e operativo delle Sezioni territoriali della rete del lavoro agricolo di qualità.

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