Impatto dei Dazi sull’Agroalimentare Made in Italy e Fenomeno dell’Italian Sounding

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«Trump ha ridefinito i confini del commercio mondiale, confermando che stiamo vivendo un momento straordinario che ha bisogno di decisioni straordinarie La sfida europea è mantenere e aumentare la presenza di industria e lavoratori in Europa». È il commento di Emanuele Orsini, presidente di Confindustria in riferimento ai dazi annunciati da Trump.

L’introduzione di un dazio del 20% su tutti i prodotti agroalimentari Made in Italy venduti negli Stati Uniti comporterebbe un aumento dei costi di 1,6 miliardi di euro per i consumatori americani, con una conseguente riduzione delle vendite che danneggerebbe le imprese italiane. Inoltre, il fenomeno dell’italian sounding (l’uso di denominazioni che richiamano l’Italia senza esserne realmente legate) sarebbe destinato ad aumentare, danneggiando ulteriormente il settore. Ogni dieci prodotti agroalimentari italiani venduti nel mondo, uno finisce negli Stati Uniti. L’export verso gli USA vale circa 8 miliardi di euro, rendendo questo mercato il secondo più importante dopo la Germania. Tra i principali prodotti esportati ci sono vino (2 miliardi), olio (1 miliardo), pasta (1 miliardo) e formaggi (550 milioni). La Coldiretti stima che, oltre al calo delle vendite, il danno derivante dalla svalutazione delle produzioni, dovuto all’eccesso di offerta senza sbocchi in altri mercati, potrebbe avere un impatto economico compreso tra i 4 e i 7 miliardi di euro, con gravi ripercussioni su occupazione, investimenti e competitività.

Le Conseguenze sui Vini Italiani

I dazi rischiano di ridurre i ricavi annui del settore vinicolo italiano di 323 milioni di euro, mettendo a rischio la presenza sul mercato di molte produzioni italiane. Secondo l’Unione Italiana Vini (UIV), il 76% delle 480 milioni di bottiglie di vino italiane esportate negli Stati Uniti lo scorso anno è esposto al rischio del dazio. 

Il Settore dell’Olio d’Oliva

Gli Stati Uniti sono il principale mercato di esportazione per l’olio d’oliva italiano, con circa 1 miliardo di euro di vendite, pari al 34% delle esportazioni mondiali. Nonostante una crescita del 158% negli ultimi dieci anni, i dazi potrebbero ridurre la domanda di olio extravergine d’oliva italiano, favorendo oli vegetali prodotti localmente, come quelli derivati dai semi. L’Italia, insieme alla Spagna e alla Grecia, rappresenta uno dei principali fornitori di olio d’oliva per gli Stati Uniti, con l’Italia che esporta circa 100.000 tonnellate.

I dazi statunitensi al 20% colpiranno duramente i produttori europei, in particolare Italia, Spagna e Grecia. Al contrario, altri Paesi come la Tunisia, la Turchia e l’Argentina subiranno impatti meno severi, con tassi di tassazione più bassi. Gli Stati Uniti, infatti, non sono autosufficienti nella produzione di olio d’oliva, coprendo a malapena il 5% del proprio fabbisogno. La crescita del mercato americano, tuttavia, potrebbe subire una battuta d’arresto se il dazio riducesse la competitività dell’olio extravergine d’oliva italiano, aprendo la strada a oli provenienti da altri Paesi.

Il Pericolo dell’Italian Sounding

Infine, una delle principali preoccupazioni riguardo ai dazi è il rafforzamento del fenomeno dell’italian sounding. Se i prodotti italiani venissero penalizzati da una tariffa elevata, i consumatori americani potrebbero rivolgersi a prodotti con nomi che evocano l’Italia ma che in realtà non sono realizzati nel nostro Paese. Ciò danneggerebbe ulteriormente l’immagine e le vendite dei prodotti agroalimentari autentici italiani.

Articolo a cura di Francesca Galizia

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