Il ruolo chiave del sistema colturale nella moderna frutticoltura
Bari, 9 giugno 2026 — Si è tenuto nell’Aula Ciccarone del Dipartimento di Scienze del Suolo, della Pianta e degli Alimenti dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” il secondo incontro del ciclo dei “Seminari di Arboricoltura Generale”, dedicato alla frutticoltura ad altissima densità. Dall’intervento introduttivo a cura del professor Salvatore Camposeo, Ordinario di Arboricoltura Generale e Coltivazioni Arboree, parte il nostro racconto di quello che sarà il primo dei tre articoli dedicati a questo seminario.
Prima di parlare di altissima densità, di genetica o di meccanizzazione, occorre capire su quale fondamento si costruisce ogni scelta agronomica. Il punto dal quale partire è sempre il sistema colturale
Il sistema colturale non è, come si potrebbe pensare, la semplice somma delle operazioni che si compiono in campo. È qualcosa di più preciso e di più esigente, è: l’insieme organico di tecniche colturali che, combinate tra loro, producono un predeterminato risultato agronomico. La differenza non è di poco conto.
Ogni scelta — dalla densità di impianto alla gestione dell’irrigazione, dalla potatura alla difesa fitosanitaria — non può essere valutata in isolamento, ma solo in relazione alle altre. A questo si aggiunge un’importante distinzione tra: sistemi compatibili e sistemi equivalenti. Per una stessa specie possono esistere più sistemi compatibili, ovvero più combinazioni di tecniche che conducono ciascuna a un risultato agronomico soddisfacente. Due sistemi sono invece equivalenti quando producono lo stesso risultato pur impiegando tecniche diverse. Una distinzione che può sembrare accademica, ma che nella pratica professionale guida le scelte di chi progetta un impianto o gestisce un’azienda frutticola.
Ogni tecnica colturale è a tutti gli effetti una funzione di molteplici parametri: pedologici, climatici, fitosanitari, economici, normativi. Cambiare uno di questi parametri — il clima, la disponibilità idrica, il mercato di sbocco — può rendere inefficace o addirittura controproducente una tecnica che altrove funziona perfettamente. È questo che caratterizza lo studio dei sistemi colturali: non basta essere specialisti di una singola componente, occorre saper leggere l’insieme. L’approccio proposto è gerarchico, su tre livelli: il cropping system (il sistema colturale vero e proprio), il farming system (la dimensione aziendale) e il land use system (la scala territoriale). Tre livelli che si condizionano a vicenda e che impongono al tecnico e al ricercatore una visione sempre più ampia di quanto richieda la singola coltura.
Per completare il quadro introduttivo, il Professor Camposeo si è soffermato sul ruolo delle coltivazioni arboree nel contesto produttivo italiano. L’olivo, con 1,15 milioni di ettari, la vite con 0,89 e gli agrumi e fruttiferi con 0,63 rappresentano una quota rilevante della superficie agricola nazionale. Numeri che raccontano di un Paese in cui l’arboricoltura non è un settore di nicchia, ma un pilastro economico, agronomico e ambientale, con tutto ciò che questo comporta in termini di responsabilità gestionale e innovazione. È in questo contesto che i sistemi ad altissima densità si inseriscono come una delle risposte più concrete alle sfide della frutticoltura moderna.
Articolo a cura di Francesca Galizia e Francesco Maldera