Spreco agroalimentare. Il disagio dell’agio: quando l’abbondanza crea povertà

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Nel 1997 un uomo rientra in azienda, guarda una lavagna piena di prodotti, cancella tutto e traccia una croce. Quattro quadranti. Quattro prodotti. Punto. Quell’uomo era Steve Jobs e l’azienda era Apple. Il resto è storia industriale: focus, marginalità, identità, valore.

Ora facciamo un salto nella nostra cara agricoltura ed in particolare nel comparto ortofrutticolo, mentre Jobs eliminava prodotti inutili per salvare un colosso, noi facciamo l’esatto opposto: moltiplichiamo varietà e impiantiamo ettari come se la confusione fosse sinonimo di innovazione. Ogni stagione non una, ma almeno 10 nuove varietà di uve seedless, albicocche rosse ciliegie senza nocciolo, nettarine dalle diverse sfumature e consistenze. Ogni anno cioè una nuova genetica che promette resa, colore, sapore, shelf-life, resilienza climatica, felicità coniugale e pace nel mondo.

Risultato? Saturazione. Disorientamento. Cannibalizzazione.

I breeder – guai a toccarli, sono intoccabili sacerdoti della genetica – immettono sul mercato decine di varietà concorrenti tra loro. Stesso segmento, stesso calendario, stesso target. Cambia una sfumatura di rosso, mezzo grado Brix, una tolleranza marginale a una fisiopatia, un sapore più o meno di moscato e via: nuova registrazione, nuovo nome accattivante, nuove royalty.

Royalty che sono assolutamente legittime, in quanto il risultato di investimenti in ricerca e sviluppo. Ma, affinché questo sistema funzioni, manca quella che una volta si chiamava la cinghia di trasmissione con l’azienda agricola!!

E qui il paradosso diventa grottesco.

L’agricoltore investe in diritti varietali, impianti, strutture, promozione. Firma contratti, accetta disciplinari, si impegna su volumi. Poi, nel giro di due o tre anni, quella varietà viene affiancata – quando non sostituita – da una “migliorata”. E il mercato? Frammentato. I buyer? Confusi. Il consumatore? Indifferente.

Altro che “Less is more”. Qui il mantra sembra essere il contrario.

Immaginate se Steve Jobs, al suo rientro in Apple, avesse detto: “ Facciamo 27 modelli di computer quasi identici. E ogni sei mesi ne lanciamo altri 12. Così copriamo tutte le sfumature di grigio del mercato.”
Apple oggi sarebbe un caso studio… di fallimento.

Invece no. Taglio netto. Pochi prodotti. Identità chiara. Investimenti concentrati. Marketing coerente. Catena del valore allineata.

Nel nostro settore, invece, si parla di programmazione e poi si pratica la proliferazione. Si invoca la sostenibilità e poi si costringe il produttore a reinvestire continuamente per restare agganciato alla “novità”. Si parla di partnership di filiera e poi si scarica il rischio a valle.

Perché diciamolo: il breeder incassa la royalty su ogni pianta venduta e qualcuno pure sul fatturato generato; ma peccato che l’’agricoltore incassa – forse – se il mercato assorbe. Se i prezzi tengono. Se la GDO non cambia idea. Se la nuova varietà non viene soppiantata da quella ancora più nuova.

Il paradosso è evidente: chi genera l’offerta non subisce direttamente la saturazione che crea. Chi la subisce, l’ha finanziata.

Non è un attacco alla ricerca genetica. È un attacco ad una bulimia varietale, senza una sana condivisione e valorizzazione tra gli anelli della filiera l’innovazione rischia di essere solo maggiore quantità. Quando invece dovrebbe essere selezione, visione, capacità di creare valore!

Il vero atto rivoluzionario oggi non sarebbe presentare l’ennesima cultivar “disruptive”, ma fermarsi. Consolidare. Rafforzare poche varietà forti. Costruire marca, riconoscibilità, fedeltà. Creare valore stabile invece di inseguire micro-vantaggi agronomici che il consumatore nemmeno percepisce.

E finché continueremo a scambiare la moltiplicazione delle sigle e delle varietà per progresso, resteremo prigionieri di un sistema che frammenta margini, indebolisce i produttori e rende il mercato una giungla di nomi impronunciabili.

Perché la vera innovazione, oggi, potrebbe essere una scelta radicale: fare meno. Farlo meglio. Farlo insieme.

Il resto non è progresso.
È rumore.

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