Il Carrubo: riscriviamo il futuro
Le origini del carrubo pugliese
Il carrubo (Ceratonia siliqua L.) è una delle specie più antiche del bacino mediterraneo, riconosciuta come specie NUS (Neglected and Underutilized Species) e simbolo di resilienza e sostenibilità. Appartenente alla famiglia delle Fabaceae, questo albero sempreverde è stato da sempre tra i protagonisti della macchia mediterranea, insieme all’olivastro, al terebinto e al lentisco. Le fonti storiche ricordano la sua presenza già in epoca fenicia e greca, quando veniva utilizzato come sostituto dei cereali, dolcificante naturale e perfino come unità di misura: il carato, seme del carrubo, veniva infatti usato nell’antichità come riferimento per oro e pietre preziose, data la stabilità del suo peso (0,2 g). In Puglia, la sua diffusione si intreccia con la storia dell’agricoltura tradizionale costiera. Sebbene la Sicilia sia rimasta il principale polo produttivo italiano, numerosi esemplari secolari di carrubo punteggiano ancora oggi le campagne del Salento, del Brindisino e del Barese.
Il carrubo come soluzione per i territori colpiti da Xylella
Negli ultimi anni, il contesto fitosanitario pugliese è stato profondamente segnato dall’epidemia di Xylella fastidiosa subsp. pauca, che ha devastato milioni di olivi nelle province di Lecce, Brindisi e Taranto. In questo scenario, il carrubo può emergere come una specie strategica, sia per la riconversione produttiva che per la riqualificazione ecologica dei territori infetti. Grazie alla sua suscettibilità a pochi patogeni e alla incredibile risposta al cambiamento climatico, la carrubicoltura rappresenta una valida alternativa per il recupero dei terreni abbandonati o compromessi. Questa capacità di adattamento, unita al valore ecologico e paesaggistico della specie, ne fa una risorsa strategica per politiche di riforestazione e agricoltura rigenerativa. Il carrubo può infatti contribuire al sequestro del carbonio, alla conservazione dei suoli e alla mitigazione dell’erosione, elementi fondamentali nei piani di adattamento climatico del Mediterraneo. Uno studio realizzato nell’ambito delle attività di ricerca del gruppo di ricerca dei professori Salvatore Camposeo e Alessandra Gallotta, in collaborazione con il DAJS (Distretto Agro-alimentare Jonico Salentino), ha fornito un quadro aggiornato sulla vocazionalità territoriale della carrubicoltura pugliese nei territori infetti da Xylella fastidiosa subsp. pauca. Attraverso un’analisi degli optima ecologici che ha integrato dati pedologici, climatici e orografici, il progetto ha individuato ampie superfici potenzialmente idonee alla coltivazione del carrubo, in particolare lungo la fascia ionico-adriatica meridionale. Le mappe evidenziano che una parte consistente dell’areale infetto rientra in zone climaticamente favorevoli alla carrubicoltura, con stime che superano i 260.000 ettari vocati solo nell’areale infetto. Il progetto ha inoltre sottolineato la valenza strategica della specie per la diversificazione agricola e l’adattabilità climatica, identificandola come una delle colture candidate per la riconversione sostenibile dei territori colpiti da Xylella.
Il progetto Uniba–Olère: la riscoperta dell’‘Amele di Bari’
Successivamente alle attività svolte con il DAJS, il gruppo di arboricoltura di Bari ha dato vita a un progetto volto alla caratterizzazione morfologica, agronomica e genetica del genotipo ‘Amele di Bari’, uno dei più promettenti ecotipi autoctoni pugliesi. Lo studio ha analizzato diversi alberi di carrubo presenti presso la masseria Olère (Ostuni, Bari), georeferenziati e valutati attraverso un vasto numero di parametri morfologici. Il risultato è stato l’identificazione di una scheda varietale unica di questa accessione e il riconoscimento di un gran numero di alberi perfettamente riconducibili al genotipo ‘Amele di Bari’, caratterizzato da habitus eretto, fiori esclusivamente femminili e solo l’8% di resa in carati, ma con caratteristiche qualitative molto interessanti.
L’importanza di ‘Amele di Bari’ per il consumo umano
Proprio quest’ultimo carattere permette di distinguere Il genotipo ‘Amele di Bari’ per il suo alto contenuto di polpa (oltre il 90%), caratteristiche rare nei genotipi mediterranei di carrubo. L’industria di trasformazione, ad oggi, predilige l’uso dei semi per l’estrazione dell’addensante alimentare E410, addensante, emulsionante, stabilizzante e gelificante utilizzato in gelati, caramelle, confetti, prodotti da forno e dolciari. Tutto il resto della carruba, in media superiore al 75% del peso totale, è considerato uno scarto, un sottoprodotto di bassa utilità. Con il genotipo ‘Amele di Bari’ non ci si pone come obiettivo la trasformazione del seme, bensì l’utilizzo della polpa per la preparazione di un pantone di prodotti trasformati a base di carrube.
Le sue peculiarità la rendono ideale per la trasformazione in farine alimentari, pasta, prodotti da forno e sostituti del cacao, ma anche per l’estrazione di composti nutraceutici e antiossidanti. Dal punto di vista agronomico, ‘Amele di Bari’ si adatta perfettamente ai terreni calcarei e aridi del sud della Puglia, mostrando una notevole resistenza alla carenza idrica e agli stress termici. Ciò lo rende una risorsa preziosa per l’agricoltura sostenibile e per la diversificazione colturale nelle aree mediterranee più vulnerabili ai cambiamenti climatici.
Verso il futuro: la filiera pugliese del carrubo
Nonostante la Puglia contribuisca già per circa il 10% alla produzione nazionale di carrube, gran parte della materia prima viene ancora inviata in Sicilia per la trasformazione in farina, con costi economici insostenibili per le aziende pugliesi, e impatti ambientali elevati. Un obiettivo per i prossimi anni sarà valorizzare il carrubo come specie non solo adatta alla produzione di seme, ma anche di polpa, da secoli utilizzata come rifugio nei periodi di crisi.
Il carrubo può diventare un simbolo della nuova agricoltura mediterranea sostenibile, unendo produttività, resilienza e qualità. Le sue potenzialità spaziano dalla riconversione di aree infette da Xylella alla produzione di alimenti funzionali e ingredienti naturali, fino alla rigenerazione ecologica del paesaggio rurale pugliese.
Conclusioni
Il carrubo, pianta antica e maestosa, sta vivendo una nuova stagione di interesse e speranza in Puglia. Grazie alla ricerca scientifica, all’innovazione agronomica e alla sinergia tra università, aziende e territorio, questa coltura può diventare il simbolo della resilienza mediterranea.
L’‘Amele di Bari’, con le sue qualità organolettiche e la sua identità autoctona, è il primo passo verso un futuro in cui la Puglia possa riconquistare un ruolo da protagonista nel panorama della carrubicoltura europea.