Ignorate del tutto le istanze del settore agricolo e zootecnico

La direttiva per le emissioni industriali ribalta il parere Comagri  e ritira dentro gli allevamenti bovini. Decisiva la plenaria di luglio

La Commissione Ambiente del Parlamento Ue ha reinserito gli allevamenti bovini nella nuova direttiva sulle emissioni industriali, ribaltando completamente il parere della Commissione Agricoltura di fine aprile che aveva escluso il comparto dalla proposta legislativa europea. 

Gli allevamenti da più di 300 mucche da latte dovrebbero essere assoggettati alle nuove regole Ue per ridurre le emissioni inquinanti degli impianti industriali: questo è ciò che chiedevano gli eurodeputati della commissione Ambiente dell’Europarlamento, che hanno quindi approvato la loro posizione sulla direttiva emissioni. Secondo gli eurodeputati, gli allevamenti estensivi devono essere esclusi, mentre vanno coperti quelli da oltre 650 suini, più di 14mila galline ovaiole e oltre 28mila polli da carne.

Perchè si parla di dietrofront? Perchè durante la riunione del 25 aprile 2023 la Commissione Agricoltura del Parlamento europeo aveva approvato il Progetto di Parere, presentato da Benoît Lutgen, che chiedeva l’esclusione degli allevamenti di bovini dall’ambito di applicazione della direttiva e di mantenere lo status quo per il settore dei suini e del pollame.

Si era quindi in attesa del parere della Commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare per affrontare poi la decisione finale nella riunione plenaria calendarizzata per luglio 2023. Arrivarci con delle posizioni condivise sarebbe stata la cosa più auspicabile, ma così non è stato.

La Commissione Ambiente si è, infatti, espressa contrariamente sostenendo la proposta di estendere l’ IED anche agli allevamenti di bovini su larga scala, che ritengono essere quelli con 300 UBA o più. I deputati hanno proposto inoltre di escludere gli allevamenti estensivi e sottolineato l’importanza di garantire che i produttori fuori dall’UE soddisfino i requisiti simili a quelli richiesti a chi è dentro.

Questa spaccatura tra le due Commissioni desta preoccupazione, come sottolinea nel suo comunicato stampa Copa Cogeca quando scrive: “Il Parlamento europeo si divide sul posto dell’allevamento nella revisione della Direttiva sulle emissioni industriali. Mentre la Commissione Agricoltura del Parlamento europeo ha compreso le drammatiche conseguenze dell’estensione del campo di applicazione della Direttiva sulle emissioni industriali (IED), oggi la sua controparte Ambiente ha votato una posizione che non tiene in alcun conto le realtà agricole dell’UE“.

Nella dichiarazione viene espresso anche rammarico per l’incoerenza delle posizioni assunte nei confronti del comparto zootecnico: “Da quando è entrata in vigore nel 2010, l’esperienza con la IED ha dimostrato che la sua attuazione è costosa e onerosa dal punto di vista amministrativo. L’estensione alla maggior parte delle aziende zootecniche (una percentuale di aziende agricole dell’UE superiore a quella inizialmente prevista dalla valutazione d’impatto della Commissione) avrebbe conseguenze insostenibili per i produttori, le loro famiglie e le nostre zone rurali. Inoltre, solleva interrogativi sulla coerenza complessiva degli approcci dei decisori dell’UE quando si tratta di bestiame dell’UE, che un giorno viene considerato un fornitore di soluzioni, come la strategia REPower Europe che richiede un aumento della produzione di biogas nelle aziende agricole, e il giorno dopo viene punito con la IED!”

“È ingiusto e scorretto equiparare la zootecnia a settori altamente industrializzati -ha ribadito la Cia- gli agricoltori sono continuamente impegnati a ridurre l’impatto ambientale delle loro attività con pratiche sostenibili, tanto che oggi in Ue l’incidenza degli allevamenti sulle emissioni complessive si colloca tra il 7% e il 10%. Ancora meglio fa l’Italia, dove le emissioni di CO2 della zootecnia rappresentano il 5% del totale. Gli emendamenti approvati dalla Commissione Ambiente del Parlamento Ue, invece, fanno rientrare gli allevamenti bovini, da 300 unità in poi, nel campo di applicazione della direttiva sulle emissioni e abbassano la soglia a 200 unità per gli allevamenti di suini e pollame e a 250 per gli allevamenti misti. Una decisione -osservava la  Cia- che non tiene conto né degli sforzi costanti delle aziende agricole per impattare sempre meno sul clima, né del fatto che la produzione zootecnica svolge una pluralità di funzioni primarie: assicura cibo ai cittadini, preserva biodiversità e territori, crea valore e occupazione nelle aree rurali e marginali, è indispensabile per lo sviluppo del biogas.

Le posizioni scientifiche in campo

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Ma quali sono le basi scientifiche che stanno orientando gli europarlamentari verso direzioni e posizioni interpretative completamente opposte?

Non ci sono studi mirati sull’impatto di certi agenti inquinanti, ma la letteratura che individua negli allevamenti il principale “problema” per quella che definiscono emergenza climatica è copiosa. 

Partiamo dai dati offerti da questa prospettiva. Un quarto dell’innalzamento delle temperatura globali è causato dal metano. Secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), per limitare il riscaldamento globale a 1.5-2ºC, come stabilito dall’accordo di Parigi, è necessario che le emissioni di metano diminuiscano del 35% rispetto ai livelli del 2010 entro il 2050. Dopo un plateau iniziato nel 1999, le concentrazioni di metano hanno preso ad aumentare a partire dal 2007, continuando fino a oggi. Al momento attuale, 300 milioni di tonnellate di metano sono prodotte ogni anno a causa dell’attività dell’uomo e tale tendenza è destinata ad aumentare ancora. Di conseguenza, le concentrazioni di metano sono ora pari a 2.5 volte quelle del periodo precedente alla rivoluzione industriale. Secondo gli ambientalisti il metano ha un effetto riscaldante nettamente maggiore della CO2 nella stessa unità di tempo: in un periodo di vent’anni, una tonnellata di metano riscalderà l’atmosfera circa 80 volte una tonnellata di CO2. 

I numeri forniti sono impressionanti: le emissioni globali derivanti dall’allevamento intensivo sono infatti paragonabili a quelle dell’intero settore dei trasporti (14,5% delle emissioni complessive di gas serra) e allevamento e agricoltura intensivi rappresenterebbero insieme due terzi della totale emissione di metano legata alle attività umane. In Italia, circa il 10% dei gas serra viene prodotto dal settore agricolo, ma sono l’Asia, l’Africa e il Medio Oriente le zone in cui le emissioni di questo settore sono aumentate maggiormente.

Da qui si arriva alla soluzione più efficace che sarebbe legata alle nostre scelte alimentari.  Una commissione di esperti ha pubblicato su The Lancet una stima relativa ai consumi di cibo di origine animale che ci permetterebbero di evitare il collasso dell’ecosistema. Per carne e pesce si parla di circa 200 grammi a settimana. L’obiettivo di stabilizzare il clima è in forte conflitto con il modo in cui l’uomo moderno sceglie di nutrirsi. Un report pubblicato su Nature riporta come spingere verso diete prevalentemente a base vegetale ci permetterebbe di contenere, entro il 2050, il riscaldamento globale, facendoci risparmiare 332-547 milioni di tonnellate di CO2 e raggiungere gli obiettivi fissati con l’accordo di Parigi. 

Per contro c’è un’altra posizione scientifica: sono un migliaio gli scienziati di tutto il mondo che hanno sottoscritto la Dichiarazione di Dublino, il documento elaborato dal Vertice internazionale sul ruolo della carne nella società a fine ottobre 2022 che ha l’obiettivo di raccogliere letteratura scientifica sui benefici nutrizionali, economici e ambientali della produzione di carne. Gli atti ufficiali della Dichiarazione sono ora pubblicati su Animal Frontiers, la rivista ufficiale dell’American society of animal science, della Federazione europea di scienze animali e dell’American meat science association.

“In un contesto in cui il dibattito intorno alla produzione e al consumo di carne è sempre più polarizzato, la Dichiarazione di Dublino assume un valore eccezionale – dice Giuseppe Pulina, presidente di Carni Sostenibili, l’organizzazione che promuove il consumo consapevole e la produzione sostenibile di carne, e fra gli scienziati firmatari del progetto – mai come oggi un approccio che privilegi il dato e l’indagine scientifica su quello ideologico non solo è auspicabile ma necessario per tutelare la salute dei cittadini e favorire l’operato dei decisori”.

In primo luogo, sul piano della salute, ma anche sul piano economico e ambientale, le ricerche che hanno contribuito alla Dichiarazione di Dublino dimostrerebbero l’urgenza di un approccio scientificamente fondato al consumo e alla produzione di carne. Sono centinaia ormai, infatti, le voci dal mondo scientifico che spingono perché si riconosca il ruolo svolto dalla carne nell’alimentazione. “Un passo importante – conclude Pulina – che serve ad arricchire una discussione spesso penalizzata da fake news e mancanza di informazioni oggettive”.

A cura della Redazione di Foglie

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