Guerra del cibo: crisi e opportunità per l’agricoltura

La “guerra del cibo” non si gioca più solo sui prodotti, ma su potere contrattuale, controllo delle filiere e strategie geopolitiche. L’Italia, e soprattutto il Mezzogiorno, continua però a mostrarsi frammentata, con filiere deboli e scarsa capacità di governance. In un’Europa divisa e incapace di fare sintesi, il rischio è perdere competitività, identità territoriale e persino il presidio agricolo dei territori.

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La guerra del cibo non si combatte con gli slogan, ma con visione, organizzazione e potere contrattuale. E su questo terreno, l’Italia — e il Mezzogiorno in particolare — continua a presentarsi disarmata, frammentata, ripiegata su un “orticello” che è ormai più mentale che agricolo.

Mentre altrove il cibo è tornato ad essere leva strategica di politica economica e geopolitica, da noi si insiste in una narrazione fatta di eccellenze isolate, di micro-filiere celebrate nei convegni e nei documenti programmatici, ma raramente operative nella realtà. I contratti di filiera restano spesso esercizi progettuali, più utili a intercettare risorse che a costruire relazioni industriali solide e durature. Le Organizzazioni di Produttori, salvo rare eccezioni, esistono sulla carta: mancano massa critica, cultura manageriale, capitale. E senza questi tre elementi, ogni tentativo di governance condivisa è destinato a rimanere incompiuto.

Nel vuoto lasciato da una regia pubblica debole e da un sistema produttivo incapace di aggregarsi davvero, l’unico presidio reale della filiera resta quello dei commercianti. Sono loro, nel bene e nel male, a garantire liquidità, sbocchi di mercato, connessioni internazionali. Ma è un presidio che risponde a logiche private, legittime ma non necessariamente allineate con l’interesse collettivo. In molti casi riescono a orientare le scelte produttive, a indirizzare cosa si semina e in che quantità. In altri, si trovano a operare su una platea troppo eterogenea per fare sistema: aziende con livelli di competenza e capacità di investimento profondamente diversi, difficili da coordinare in una strategia comune.

Il risultato è una filiera che reagisce, ma raramente anticipa. Che subisce i mercati invece di costruirli. Che rincorre prezzi e opportunità invece di governarli.

Nel frattempo, il resto del mondo ha cambiato passo. Grandi potenze economiche stanno ridefinendo il proprio ruolo globale anche attraverso il controllo delle risorse alimentari. Non si tratta più solo di esportare prodotti, ma di acquisire terre, stringere accordi bilaterali, presidiare le filiere delle materie prime agricole e naturali. Una nuova forma di colonialismo, meno visibile ma non meno incisiva, che passa attraverso investimenti mirati e strategie di lungo periodo.

E qui si innesta un’ulteriore fragilità tutta europea. Invece di presentarsi come un blocco compatto, capace di difendere e orientare una politica agroalimentare comune, i Paesi membri continuano a comportarsi come piccoli scolari in competizione tra loro. Gli irlandesi che provano a mettere in difficoltà le produzioni enologiche italiane e francesi con campagne restrittive e messaggi allarmistici; la Spagna che spinge per determinare in autonomia le politiche sull’olio d’oliva; altri Stati che difendono con ostinazione i propri comparti senza una visione d’insieme. Ognuno presidia il proprio interesse immediato, spesso in contraddizione con quello altrui.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’Europa che fatica a esprimere una strategia unitaria e che, proprio per questa frammentazione, finisce per lasciare spazio alle grandi lobby. Quando la politica non riesce a fare sintesi, qualcun altro la fa al suo posto. E quel “qualcun altro” raramente ha come priorità l’equilibrio delle filiere o la tutela dei produttori più deboli.

In questo contesto, la globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta mostra tutte le sue crepe. Ci era stato raccontato un mondo “glocale”, capace di valorizzare le identità locali dentro un mercato globale aperto e inclusivo. Ma quell’equilibrio non si è mai davvero realizzato. Le regole del gioco sono rimaste saldamente in mano a chi aveva già forza economica e capacità di pianificazione. Gli altri, Italia compresa, si sono adattati, spesso senza una visione autonoma.

Oggi paghiamo il prezzo di quella illusione. Da un lato, cerchiamo di rilanciare i territori attraverso il turismo esperienziale, il racconto delle tradizioni, la lentezza come valore. Dall’altro, non riusciamo a garantire la sostenibilità economica di quelle stesse produzioni che dovrebbero alimentare quel racconto. Senza redditività, la biodiversità non si difende: si abbandona. E quando si abbandona, lascia spazio ad altri usi del suolo, spesso più remunerativi nel breve periodo ma privi di qualsiasi radicamento territoriale.

Il rischio, tutt’altro che teorico, è quello di vedere paesaggi agricoli trasformarsi in distese uniformi — non più di grano o ulivi, ma di pannelli fotovoltaici. Una scelta comprensibile sul piano energetico e finanziario, ma che segna una resa culturale prima ancora che economica. Perché un territorio che rinuncia alla propria funzione produttiva agricola perde anche la capacità di raccontarsi, di attrarre, di esistere come sistema identitario.

La guerra del cibo, dunque, non è solo una questione di approvvigionamenti o di prezzi. È una questione di potere, di visione, di capacità di stare nel mondo con un ruolo definito. Continuare a ragionare per piccoli orticelli, in assenza di una governance vera e di strumenti collettivi efficaci — e in un’Europa che si divide invece di unirsi — significa scegliere, consapevolmente o meno, di restare ai margini.

E ai margini, nella storia economica, non si decide mai: si subisce.

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