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Grano in forte rialzo: tutta colpa del Covid?

by Foglie TV
La CUN sperimentale sul grano duro ai nastri di partenza

I produttori: il profitto non è nelle nostre tasche, anzi…

Materie prime alle stelle: come sempre la parola chiave è “speculazione”. In questo contingente periodo storico post pandemia, il fenomeno non fa sconti a nessun settore merceologico, con impennate dei costi dei beni alimentari. Un problema non trascurabile per il consumatore finale che vedrà crescere di non poco, anche il prezzo di pane e pasta, quindi beni di prima necessità. A farla da padrone il grano duro che ha fatto registrare un +74% (dati ISMEA). Sicuramente l’emergenza sanitaria da Covid 19 ha dato la spinta maggiore, con la corsa dei Paesi più ricchi ad accaparrarsi i terreni fertili per potenziare le riserve interne, in previsione di nuove chiusure (secondo un’indagine di Coldiretti Giovani a livello mondiale nell’ultimo anno, sono saliti a 93 milioni gli ettari di terra coltivata sottratti ai contadini dei paesi in va di sviluppo, dalle grandi multinazionali degli stati più economicamente avanzati).  A ciò si aggiunge l’aumento dei costi energetici, dei trasporti, del dimezzamento dei raccolti di grano causa siccità e altre dinamiche… Ma questa portentosa lievitazione dei prezzi, in particolare, del frumento duro, porterà un maggiore introito nelle tasche del contadino? Lo abbiamo chiesto a Domenico Carone, vicepresidente sez. Coldiretti Altamura, nonché produttore di cereali e legumi.    

Secondo alcune previsioni il prezzo della pasta fresca e secca a Natale aumenterà del 20% (20 cent in più a confezione). In aumento anche il costo del pane, si ipotizza un euro in più al chilo. Ma quanto il balzo dei prezzi dei cereali incide sui ricavi dei produttori di grano, in particolare pugliese? 

In realtà l’aumento di prezzo del grano duro non ha incrementato i nostri profitti. Paradossalmente, il prezzo del grano duro è aumentato del 75% ma i costi dei mezzi di produzione (gasolio, concimi, sementi ecc.) sono aumentati più del 75%, quindi nessun profitto per gli agricoltori, anzi, in questo periodo storico ci troviamo a sostenere spese di semina più che triplicate rispetto agli anni scorsi. 

La Puglia è il principale produttore italiano di grano duro con 360.000 ettari coltivati e 9.990.000 quintali di prodotto. Il clima particolarmente siccitoso della scorsa campagna ha determinato un calo del raccolto? In che percentuale?

Il calo di produzione c’è stato in primis per la gelata tardiva di aprile e poi per la siccità dei mesi successivi. Il calo si attesta a circa il 50%. 

In genere la produzione di grano regionale soddisfa la domanda interna? O il mercato dell’industria alimentare pugliese ricorre alle importazioni canadesi? Se si in che misura?

La produzione di grano duro regionale soddisfa la domanda interna, ma la prevalenza delle industrie pastaie non è nella nostra regione (in particolare Campania, Abruzzo, Molise, Emilia Romagna) e   la produzione nazionale riconducibile prevalentemente a Puglia, Basilicata, Sicilia non soddisfa il fabbisogno interno, perciò almeno il 30% viene importato da Canada, Russia e Kazakistan e Australia. Ovviamente a questa percentuale va aggiunta quella di grano duro importato per essere molito e poi esportato come semola.

L’impennata di prezzo dei cereali, determinata dall’aumento dei costi energetici, dei trasporti, dal dimezzamento dei raccolti per la siccità, dai costi emergenza COVID 19 (un cortocircuito che ha determinato rincari insostenibili sul fronte delle materie prime es. sementi) sta portando i singoli stati a perseguire l’autosufficienza produttiva. In questo scenario la coltivazione di grano made in Italy potrebbe essere incrementata?

Si potrebbe essere incrementata come già successo in passato, ma questo lo dovrebbe decidere la Politica Agricola Comunitaria.

Con l’entrata in vigore nel 2020 del CETA (Accordo di Libero Scambio tra Europa e Canada) le importazioni di grano statunitense sono aumentate del 70% rispetto agli anni precedenti – un grano che per il clima poco favorevole viene fatto seccare in preraccolta con prodotti chimici (glifosato). A contrasto della concorrenza sleale, un accordo di filiera tra imprese agricole e industriali potrebbe rilanciare la cerealicoltura pugliese? Ad oggi quali sono stati gli impedimenti?

Sicuramente il nostro grano duro è più salubre di tutti gli altri grani coltivati nel mondo e questo per le condizioni climatiche favorevoli. Gli accordi di filiera tra produttori e trasformatori potrebbe remunerare in misura più giusta il lavoro di noi agricoltori, ma in annate come queste dove il mercato sembra impazzito il contratto di filiera non ha avuto per niente senso.

Ad oggi quante aziende di Altamura tradizionalmente dedite alla coltivazione di frumento hanno abbandonato il campo?

 Molti hanno abbandonato il frumento per l’orzo e avena. 

  Autore: Paola Dileo

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