Gestione del suolo in condizioni di piovosità estrema
Le piogge intense, con accumuli superiori ai 100–120 mm in molte aree, offrono un caso emblematico per comprendere quanto sia complesso il rapporto tra acqua e suolo nei sistemi agricoli mediterranei.
L’agronomo Alessandro Albanese dello studio “Graper” ci aiuta a comprendere come il sistema suolo reagisce ad eventi piovosi estremi che sempre più colpiscono il territorio italiano.
“A una prima lettura, un evento piovoso di tale entità potrebbe essere interpretato come una risorsa preziosa, soprattutto in contesti frequentemente soggetti a deficit idrico. Tuttavia, un’analisi più approfondita mostra come solo una parte di questa acqua risulti effettivamente utile alle colture, mentre una quota rilevante venga persa o addirittura contribuisca a generare criticità di tipo agronomico.”
Il suolo, infatti, può essere considerato come un sistema poroso con una capacità limitata di trattenere acqua. In un terreno a medio impasto, la capacità idrica totale può raggiungere valori elevati, ma solo una frazione di questa è realmente disponibile per le piante. “Una parte significativa è trattenuta con forze tali da non poter essere assorbita dalle radici, mentre un’altra quota, soprattutto in condizioni di saturazione, percola rapidamente in profondità oltre il metro, uscendo dalla zona di maggiore attività radicale.” Ciò implica che, se il terreno è già prossimo alla saturazione prima dell’evento piovoso, gran parte dell’acqua caduta non viene immagazzinata in modo efficace, ma si disperde verso gli strati profondi o scorre in superficie.
In queste condizioni si manifestano una serie di problematiche strettamente interconnesse. “Nei suoli pianeggianti o con scarsa capacità di drenaggio, l’acqua tende a ristagnare, determinando condizioni di asfissia radicale dovute alla carenza di ossigeno.” Questo fenomeno può compromettere gravemente sia le colture arboree sia quelle erbacee, in particolare quando coincide con fasi fenologiche sensibili, come la fioritura. Parallelamente, “anche pendenze molto modeste sono sufficienti a innescare fenomeni erosivi: l’acqua in movimento trascina con sé le particelle più fini del suolo, come limo e argilla, insieme alla sostanza organica, causando una perdita progressiva di fertilità. Non è un caso che tali fenomeni risultino particolarmente evidenti nei terreni sottoposti a lavorazioni frequenti, dove la struttura è più fragile e meno capace di resistere all’azione battente della pioggia.”
Un ulteriore aspetto critico riguarda la gestione operativa. I suoli saturi perdono portanza, rendendo difficile o impossibile l’accesso ai campi con i mezzi agricoli proprio nei momenti in cui sarebbero necessari interventi tempestivi, ad esempio per il controllo di patogeni favoriti dall’elevata umidità. Nei sistemi dove si riesce a mantenere una copertura vegetale, invece, si osserva una maggiore capacità del suolo di sostenere il passaggio delle macchine, evidenziando come la gestione agronomica influenzi direttamente non solo la fertilità, ma anche la funzionalità operativa del sistema.
Le piogge intense incidono inoltre sul bilancio nutrizionale. “La lisciviazione dei fertilizzanti, in particolare di quelli minerali distribuiti nel periodo tardo invernale o primaverile, comporta una perdita economica e ambientale rilevante.” I nutrienti non assorbiti vengono dilavati in profondità, rendendo necessario un ulteriore apporto fertilizzante e aumentando il rischio di contaminazione delle falde. Questo fenomeno evidenzia “i limiti di un approccio basato esclusivamente sulla fertilizzazione chimica”, soprattutto in contesti pedologici poveri di sostanza organica.
In questo quadro, emerge con chiarezza il ruolo centrale della gestione del suolo. “Pratiche come l’inerbimento e l’apporto di sostanza organica non rappresentano semplici tecniche agronomiche, ma veri e propri strumenti di regolazione del sistema idrico e strutturale del terreno. L’inerbimento, ad esempio, contribuisce a migliorare la stabilità degli aggregati, aumentare l’infiltrazione e ridurre l’erosione, oltre a favorire la portanza.” Allo stesso modo, l’incremento della sostanza organica, ottenuto attraverso ammendanti come compost o letame, consente di aumentare la capacità del suolo di trattenere acqua e nutrienti, migliorando al contempo l’attività biologica e la resilienza complessiva del sistema.
È importante sottolineare che questi effetti non si manifestano nel breve periodo, ma richiedono una visione di lungo termine. La costruzione di un suolo fertile è un processo lento, che implica scelte gestionali coerenti e continuative. In questo senso, le cosiddette pratiche rigenerative non devono essere intese come soluzioni standardizzate, ma come “approcci da adattare alle specificità aziendali e territoriali.” La loro efficacia dipende dalla capacità di integrare conoscenze tecniche con l’osservazione diretta del contesto produttivo.
Accanto alla gestione del suolo, assume rilevanza anche la gestione dell’acqua a scala aziendale o territoriale. “L’idea di stoccare quanta più acqua possibile nel terreno rappresenta il primo livello di intervento”, ma può essere affiancata da strategie di accumulo in invasi condivisi, che permettano di recuperare parte delle acque in eccesso per un utilizzo successivo. In un contesto climatico caratterizzato da alternanza tra eventi estremi e periodi siccitosi, “la capacità di trattenere e redistribuire l’acqua diventa un fattore chiave di sostenibilità”.
Infine, il tema della fertilità del suolo merita una riflessione più ampia. Nei terreni poveri di sostanza organica, “l’uso di fertilizzanti chimici appare indispensabile per sostenere la produzione”, ma questa dipendenza tende a perpetuare condizioni di degrado. Al contrario, “nei suoli ben strutturati e ricchi di sostanza organica, la risposta ai fertilizzanti minerali si riduce sensibilmente, a testimonianza del fatto che la fertilità intrinseca del suolo può sostituire, almeno in parte, gli input esterni”. Questo ribalta la prospettiva tradizionale: non è la chimica a garantire la produttività, ma la qualità biologica e strutturale del suolo.
Alla luce di queste considerazioni, appare evidente come la gestione del suolo rappresenti il nodo centrale dell’agricoltura contemporanea. Gli eventi climatici estremi non fanno altro che amplificare criticità già presenti, rendendo sempre più urgente un cambio di paradigma. Investire nella fertilità del suolo non significa soltanto migliorare la produttività, ma costruire sistemi agricoli più resilienti, capaci di adattarsi alle sfide future senza compromettere le risorse di base.
Articolo a cura di Francesca Galizia ed Alessandro Albanese