GdO e Agricoltura: ricatto o riscatto?

Il rapporto tra agricoltori e grande distribuzione è segnato da squilibri e responsabilità sbilanciate: i produttori agricoli sono spesso soggetti a condizioni onerose e penalizzanti, come sconti forzati e richieste di qualità standardizzata, senza ricevere un adeguato riconoscimento economico. Le difficoltà sono aggravate da crisi climatiche, rincari e investimenti non valorizzati. Serve una maggiore assunzione di responsabilità da parte della distribuzione e del consumatore, perché sotto certi prezzi non si può scendere senza compromettere la sostenibilità dell’intera filiera. Solo dividendo oneri e onori si potrà passare dal ricatto al riscatto.

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Alla base del rapporto tra chi produce e chi distribuisce e commercializza ci deve essere la responsabilità. Una responsabilità che, purtroppo, fino ad oggi, è stata attenzionata solo sul fronte dell’imprenditore agricolo che, per poter “entrare” nel mondo della GdO deve entrare in un contesto fatto di oneri, cavilli e penali che può stritolare anche il più avveduto tra gli imprenditori. 

Ma sono in molti, a proposito del disequilibrio dei rapporti di forza tra le due parti, a parlare di ricatto verso il mondo agricolo, costretto a pagare “oboli” sotto forma di sconti forzati che vanno dal 10% al 15%, la cosiddetta “tassa d’ingresso” al banco della grande distribuzione sarebbe una regola generalizzata. Sono ormai numerose le inchieste che hanno fatto luce su questo spaccato di vita che noi operatori ben conosciamo, ultimo in ordine cronologico l’articolo a firma di Stefano Libretti dal titolo provocatorio “Il ricatto dei supermercati all’agricoltura italiana” che ha smosso un pò le acque tanto che in molti si stanno affrettando a controbattere. Un passaggio mi è piaciuto particolarmente del “pezzo” sopracitato: “La parte agricola è diventata un’anomalia contabile, un fornitore sottopagato e sempre sotto pressione. Ma finché la frutta arriva bella sugli scaffali, nessuno si fa domande”…altrimenti si va di contestazioni, molte volte fasulle perchè, magari, si è trovato un fornitore che applica qualche centesimo in meno. Ecco, noi valiamo centesimi. E poi ci vengono a parlare di investimenti, innovazione, spirito competitivo, audacia imprenditoriale. Come a dire, cornuti e mazziati, anzi: ricattati e umiliati. Perchè questo siamo!

Per chi coltiva vige infatti la legge della qualità, una qualità standardizzata, quasi omologante ed omologabile. Una contraddizione in termini, se ci pensiamo, perchè questo concetto (e questo approccio) possono valere per una produzione industriale, non certo per i frutti della terra. Una terra, ed è sotto gli occhi di tutti, che sta cambiando in modo veloce. In questo numero la redazione ha dato voce a portatori di interesse di alcune filiere, rappresentando l’impatto della crisi idrica nei diversi areali pugliesi. Prendendo ad esempio proprio il problema idrico non tutti, anche all’interno delle catene distributive, riescono a cogliere l’impatto negativo che questo ha sulle performance anche negli anni a seguire: la siccità può ridurre la quantità di materia organica nel suolo, compromettendo la sua fertilità e la sua capacità di trattenere l’acqua; il terreno secco tende a compattarsi e formare una crosta superficiale, che ostacola l’infiltrazione dell’acqua e la crescita delle radici; la mancanza di vegetazione, causata dalla siccità, rende il terreno più vulnerabile all’azione erosiva dell’acqua piovana, che può trasportare via lo strato superficiale del suolo ricco di nutrienti. Cosa voglio dire con questo? Che la qualità, ormai, non la si deve dare più per scontata. Possiamo razionalizzare gli input, gestire i dati durante le fasi più importanti dello sviluppo della pianta, controllare gli agenti patogeni e fitopatogeni, mappare i bisogni del terreno nei momenti topici….ma troppo spesso il calo qualitativo delle nostre produzioni non dipende più da questo. Prevenire l’andamento meteorologico è come giocare alla roulette russa. E poi ci mettiamo il rincaro delle materie prime e dei prodotti fitosanitari, quello delle macchine agricole e delle innovazioni tecnologiche. Le spese, necessarie, in consulenze agronomiche. Per le filiere che devono seguire l’evolversi dei gusti ci mettiamo anche i nuovi impianti per varietà al passo coi tempi e, quindi, teli, coperture, irrigazione. E per chi riesce a produrre (e riesce a farlo bene) c’è poi un valore aggiunto riconosciuto? La domanda è retorica. Ecco quindi che torna il tema della responsabilità che deve interessare anche le grandi insegne e finanche il consumatore. Perchè sotto un certo costo non si può scendere. C’è una legge, lo sappiamo che però viene attivata poche volte, diciamocelo. Ma c’è anche un fenomeno che deriva dal concentrare tutto il valore di un prodotto in un anello, quello della distribuzione/commercializzazione. Certo, perchè c’è il brand. Il consumatore acquista in questo o quell’ipermercato perchè si fida di quell’insegna, è la legge del marketing. Un pò come quello che accade in altre filiere, come quella della moda. Però se il consumatore viene a sapere che una giacca commercializzata a 3000 euro viene acquistata a meno di 100 euro da magazzini non fuori legge, bensì fuori da tutte le leggi (non solo scritte nei codici, ma anche umane)…beh, allora capisce che qualcosa non va. E la notizia dell’amministrazione controllata di “Loro Piana” è interessante per la nostra filiera, proprio perchè i giudici parlano di una responsabilità dell’azienda che doveva vigilare lungo tutta la filiera, diventando responsabile per i propri fornitori. In agricoltura, invece, è l’opposto: è l’imprenditore agricolo che deve accollarsi tutte le responsabilità e tutti i rischi economici derivanti dal fare impresa. Dividere le responsabilità a metà, insieme ad onori ed oneri: ciò è necessario per passare dal ricatto, al riscatto!

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