Furto di uva a Noicattaro: azienda agricola denuncia sottrazione di 8–10 tonnellate

Furti sempre più frequenti e organizzati colpiscono le aziende viticole pugliesi, aggravando una filiera già sotto pressione tra costi elevati, carenza di manodopera e prezzi instabili. L’episodio di Noicattaro, con 8–10 tonnellate di uva rubate, evidenzia un fenomeno strutturale che mina sicurezza e sostenibilità del settore. Le associazioni chiedono interventi coordinati, sorveglianza capillare e controlli sulla ricettazione per proteggere l’agricoltura e i territori rurali.

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Costi di produzione altissimi, manodopera introvabile, royalty ai breeder, quotazioni in sali-scendi e, dulcis in fundo, furti in campagna. È la situazione paradossale che la filiera dell’uva da tavola è costretta a vivere in molte zone della nostra regione.
Una vera e propria aggressione ai danni del mondo agricolo, che molto spesso va ben oltre il semplice furto: nei giorni scorsi un’azienda viticola di Noicattaro ha denunciato la scomparsa di 8–10 tonnellate di uva della varietà Autumn Crisp, per un valore stimato tra i 30.000 e i 35.000 euro. Secondo i gestori, non si tratterebbe di un episodio isolato o improvvisato, ma di un’operazione pianificata, organizzata da una rete che opera con più soggetti e con metodi mirati. È stata già formalizzata denuncia ai Carabinieri della locale stazione e inviata segnalazione alle autorità provinciali, regionali e nazionali.

«Non possiamo essere lasciati soli» – affermano i titolari dell’azienda agricola Giovanni Grasso Srl di Noicattaro – che chiedono visibilità mediatica affinché il problema venga riconosciuto non come “rischio imprenditoriale”, ma come questione di sicurezza collettiva sul territorio rurale.


Il fenomeno dei furti in campagna: un allarme ormai cronico

L’episodio di Noicattaro si inserisce in un contesto che sta diventando sempre più grave e ricorrente nelle campagne pugliesi e oltre. Le associazioni di categoria da tempo denunciano un’escalation dei furti nelle proprietà agricole, spesso con modalità da “assalto organizzato”, soprattutto nei periodi di raccolta.
Coldiretti Puglia ha lanciato l’allarme: squadre ben organizzate agiscono in corrispondenza della stagionalità delle colture, rubando uva da tavola da agosto a ottobre, olive, mandorle e altri frutti in momenti strategici.
In alcune zone del Barese, agricoltori parlano apertamente di “clima da Far West” e raccontano di doversi organizzare in ronde per presidiare i campi.
Il Consorzio Uva di Puglia IGP, da parte sua, ha già chiesto interventi urgenti: l’attenzione non è solo sul danno economico, ma anche sui rischi per l’incolumità di chi cerca di sorvegliare le proprie proprietà.
Anche in Sicilia, Coldiretti denuncia situazioni analoghe: decine di furti giornalieri di uva da tavola, con modalità che denotano efficienza e audacia. Non è solo un fenomeno meridionale: anche in regioni del Centro-Nord si registrano furti contro aziende agricole, soprattutto di macchinari, attrezzature, mezzi agricoli, impianti di irrigazione o metalli preziosi che attraggono ricettatori.

Secondo alcune stime, i danni complessivi da furti nelle campagne pugliesi ammontano a cifre nell’ordine delle centinaia di milioni di euro ogni anno.


Le responsabilità e i limiti degli interventi finora attuati

Se è vero che molti agricoltori hanno iniziato a denunciare, istituire ronde autonome o dotarsi di sistemi di videosorveglianza, queste risposte risultano spesso frammentarie e insufficienti a fronte della capacità operativa delle bande. Le associazioni agricole sollecitano da tempo un coordinamento istituzionale che superi l’azione disomogenea.
Coldiretti ha proposto l’istituzione di una “cabina di regia” tra Ministero delle Politiche Agricole, Ministero dell’Interno e autorità locali per incrociare dati, intensificare i controlli mirati e predisporre presidi territoriali nelle aree critiche.
Confagricoltura, da parte sua, suggerisce la costituzione di tavoli tecnici (con forze dell’ordine, enti locali e rappresentanze agricole) per monitorare e intervenire tempestivamente.

Tuttavia, permangono ostacoli: la vastità delle aree rurali rende difficile una copertura efficace, le risorse delle forze dell’ordine sono limitate e – non ultimo – la presenza in alcune zone di infrastrutture carenti (strade rurali, coperture cellulari, illuminazione) favorisce l’azione predatoria.
Un elemento spesso trascurato è il mercato della ricettazione: chi ruba deve avere chi compra, almeno a prezzi bassi, e gestisce una catena che va dall’estrazione del prodotto fino alla vendita. Senza intervenire su tale filiera – anche con controlli sui mercati ortofrutticoli – l’azione repressiva risulta monca.


Sicurezza, territorio e sviluppo agricolo

L’episodio di Noicattaro solleva domande cui non sempre troviamo risposta. Non siamo semplicemente davanti a un’impresa criminale che “prende l’uva”: è un attacco all’economia reale, all’autonomia delle comunità rurali, alla fiducia in uno Stato che garantisca tutela e legalità.
In un contesto di crescente difficoltà per l’agricoltura (costi energetici, scarsità idrica, tensioni sui mercati), il furto sistematico di materia prima costituisce una ferita profonda. Se un’azienda perde tonnellate di prodotto, la redditività è compromessa, i costi restano e la sostenibilità economica vacilla. Questo fenomeno accentua la disparità tra chi – magari agricoltore su piccola scala – non può investire in protezioni costose, e chi opera con mezzi e capacità di resistenza maggiori.

Inoltre, c’è il rischio che l’insicurezza cronica spinga parte dell’agricoltura a “ritirarsi” o ad abbandonare coltivazioni più vulnerabili, con un danno al paesaggio, alla biodiversità e all’identità produttiva del territorio. Le campagne, da “polmone verde” e fulcro socioeconomico di tante comunità locali, rischiano di essere ritenute zone “franche” – non dalla criminalità, ma dall’attenzione pubblica.
Il fenomeno, infine, richiama il tema più ampio delle “agro-mafie” o della presenza sul territorio di attori criminali capaci di inserirsi nelle filiere agricole, non con metodi occasionali, ma con appropriazioni sistematiche e strategie di ricatto o influenza indiretta. Diversi rapporti e precedenti giudiziari segnalano come i reati contro il patrimonio (furto, danneggiamento, estorsione) costituiscano spesso la “porta d’ingresso” della malavita nel tessuto imprenditoriale rurale.


L’appello

L’azienda di Noicattaro, nel denunciare il furto di uva e chiedendo che la vicenda diventi di dominio pubblico, fa bene: è necessario che si rompa il circuito dell’indifferenza, affinché la questione non venga banalizzata come “rischio agricolo”.
Servono risposte decise, strutturali e concertate: un piano di sorveglianza reale per le campagne, significativi investimenti nelle infrastrutture (strade rurali, illuminazione, connettività), potenziamento delle forze dell’ordine nei territori rurali e controlli serrati sulla ricettazione.

Infine, occorre ridare valore alla centralità delle aziende agricole: la sicurezza non può essere un lusso, ma un diritto fondamentale. Chi coltiva il suolo assicura cibo, paesaggio e manutenzione del territorio — e merita di operare con dignità e protezione, non con timore.

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