Fruit Logistica: Germania-Spagna 0-2
Italia non pervenuta
Negli ultimi mesi il circuito fieristico europeo dell’agroalimentare e dell’ortofrutta sta mostrando segnali di cambiamento che meritano una riflessione profonda, soprattutto dal punto di vista italiano e dopo l’ultimo appuntamento al Fruit Logistica di Berlino, per anni baricentro del business continentale e mondiale che quest’anno ha registrato un calo di visitatori e un crescente malumore tra gli espositori, tanto che si parla apertamente di ridimensionamento delle presenze. Parallelamente, Madrid guadagna terreno, conquista espositori e buyer internazionali e si propone sempre più come piattaforma strategica per gli scambi.
Uno spostamento che non è casuale e che porta con sé almeno due riflessioni di sistema. La prima riguarda la Spagna, che continua a dimostrare una notevole capacità di fare squadra. Le istituzioni, le organizzazioni di categoria, i *grandi gruppi della produzione ortofrutticola *e la grande distribuzione spagnola convergono sugli stessi appuntamenti fieristici, trasformandoli in strumenti di politica industriale e di sviluppo economico
La GDO internazionale compresa gran parte di quella Italiana va a Madrid per chiudere affari con le aziende spagnole *e creare contatti con grandi gruppi internazionali *rafforzando relazioni e filiere. La fiera diventa così un acceleratore di competitività nazionale.
La seconda riflessione chiama in causa l’Italia e apre interrogativi meno rassicuranti. Le imprese italiane che espongono a Madrid finiscono per sostenere economicamente – e simbolicamente – un progetto fieristico che rafforza un sistema concorrente, pur sapendo che la Spagna non rappresenta un vero mercato di sbocco per l’ortofrutta tricolore. Il vero target resta la Germania, che è il centro continentale oggi per i nostri prodotti freschi. Eppure, mentre Berlino perde centralità, il sistema Italia sembra inseguire le traiettorie altrui, più che provare a governarle e a tracciare le sue.
Ed è qui che alcune dichiarazioni del ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, risuonano in modo quasi provocatorio se accostate a quanto sta accadendo sul terreno.
«Dobbiamo rafforzare la presenza del made in Italy sui mercati internazionali e fare sistema», ha detto più volte il ministro.
E ancora: «L’agroalimentare italiano cresce quando istituzioni e imprese marciano insieme» e «le fiere internazionali sono uno strumento strategico per l’export».
Parole che fotografano un’ambizione chiara. Ma la domanda, osservando le dinamiche fieristiche, è inevitabile: dove si manifesta oggi, concretamente, questo “fare sistema”? Perché mentre si invoca una strategia unitaria, le aziende del settore ortofrutticolo continuano a muoversi in modo frammentato, investendo risorse in piattaforme che rafforzano ecosistemi concorrenti, senza che emerga una regia nazionale riconoscibile?
La provocazione si spinge oltre: se davvero «le fiere internazionali sono uno strumento strategico», perché l’Italia non prova a organizzarne una sua per difendere con più decisione la centralità delle piazze che coincidono con i suoi principali mercati di sbocco utilizzando il peso collettivo delle proprie imprese per orientare le scelte del sistema fieristico europeo?
A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge un altro elemento che ha fatto discutere gli addetti ai lavori: l’assenza al Fruit Logistica, storicamente l’appuntamento principe per l’ortofrutta continentale, della grande distribuzione organizzata italiana. Un vuoto che non può essere liquidato come casuale e che apre diverse ipotesi. È stata una scelta tattica, legata a una diversa organizzazione degli incontri commerciali visto la sempre più numerosa presenza proprio a Madrid, oppure una valutazione costi–benefici su un evento ritenuto meno centrale? O il segnale che la GDO italiana preferisce muoversi su canali diretti, fuori dai grandi palcoscenici fieristici?
C’è anche una lettura più scomoda: che la distribuzione non avverta l’urgenza di presidiare queste piattaforme perché la partita degli approvvigionamenti si gioca altrove, magari direttamente nei Paesi produttori o attraverso relazioni consolidate. Ma se così fosse, il rischio è evidente: lasciare spazi di visibilità, relazione e influenza ai competitor più organizzati, proprio nei luoghi dove si definiscono le strategie future delle filiere.
In definitiva, il tema non è stabilire se Berlino o Madrid siano la piazza giusta. La questione vera è capire che ruolo vuole giocare l’Italia nella geografia futura delle fiere agroalimentari europee. Continuare a seguire i poli che emergono altrove o provare a costruire una sua realtà fieristica coordinata, capace di orientare flussi, relazioni e scelte commerciali?
E allora il mio invito, da queste colonne di Foglie, è questo: perché, per l’ortofrutta italiana, invece di frammentare energie e risorse in quattro o cinque manifestazioni all’anno — tra Marca by BolognaFiere, Macfrut, TuttoFood, Cibus, da ultimo LUV – Fiera dell’Uva da Tavola e persino una new entry annunciata a Bari per il 2027 — non iniziamo a ragionare su un unico grande appuntamento nazionale, magari a Milano? Una sede che, tra l’altro, garantirebbe collegamenti più semplici ed efficienti, soprattutto visto l’ultimo tragicomico rientro da Berlino.