Emilia-Romagna e Puglia sotto pressione climatica: due modelli di crisi, un’unica sfida agricola
Negli ultimi decenni l’agricoltura italiana si è trovata ad affrontare una trasformazione profonda dovuta alla pressione climatica ed all’intensificarsi degli eventi meteorologici estremi, con impatti sempre più evidenti sulle principali aree produttive del Paese. In questo contesto, Emilia-Romagna e Puglia rappresentano due casi emblematici, non solo per il loro peso economico nel sistema agroalimentare nazionale, ma anche per la diversa natura dei rischi climatici che le caratterizzano. L’analisi dei dati storici, che per l’Emilia-Romagna coprono un arco temporale dal 1913 al 2023 con una stima di circa 400–650 eventi estremi complessivi, evidenzia una crescita esponenziale della frequenza negli ultimi venti anni, mentre per la Puglia emerge una progressiva intensificazione degli eventi legati alla siccità e alle alte temperature.
Se da un lato entrambe le regioni risultano oggi tra le più colpite in Italia per numero di eventi con impatto agricolo, dall’altro le modalità con cui questi eventi si manifestano e producono danni risultano profondamente diverse. L’Emilia-Romagna è esposta prevalentemente a fenomeni di natura idraulica, come alluvioni, esondazioni e precipitazioni intense, che agiscono in modo rapido e distruttivo su un territorio fortemente antropizzato e caratterizzato da un’agricoltura intensiva ad alto valore aggiunto. L’evento del maggio 2023 costituisce un esempio paradigmatico di questa dinamica, con oltre un miliardo di euro di danni diretti al comparto agricolo, perdita di suolo fertile e distruzione di impianti arborei pluriennali, elementi che incidono non solo sulla produzione annuale ma anche sulla capacità produttiva futura. La Puglia, al contrario, rappresenta un modello di vulnerabilità legato a fenomeni lenti ma persistenti, in cui la scarsità idrica e le ondate di calore determinano una riduzione progressiva delle rese e un deterioramento qualitativo delle produzioni. In questa regione, fortemente specializzata in colture come olivo, vite e grano duro, gli effetti del cambiamento climatico si manifestano attraverso un aumento dei costi irrigui, una crescente pressione sulle risorse idriche e cali produttivi che in alcune annate critiche possono raggiungere il 30–50%. A differenza dell’Emilia-Romagna, dove il danno si concentra in eventi singoli di elevata intensità, in Puglia il danno si accumula nel tempo, generando un’erosione continua della redditività aziendale.
Le stime economiche elaborate per il periodo 2010–2025 confermano la rilevanza del fenomeno in entrambe le regioni. In Emilia-Romagna le perdite agricole cumulative possono essere collocate tra i 5 e gli 8 miliardi di euro, con una media annua compresa tra 300 e 500 milioni, fortemente influenzata da eventi catastrofici come le alluvioni. In Puglia, le perdite risultano leggermente inferiori ma comunque comparabili, oscillando tra i 4 e i 7 miliardi di euro nello stesso periodo, con una distribuzione più uniforme nel tempo ma altrettanto significativa in termini di impatto strutturale sul sistema produttivo. Considerando il ruolo strategico di entrambe le regioni, che insieme rappresentano una quota rilevante della produzione agroalimentare nazionale, le perdite complessive stimate tra i 9 e i 15 miliardi di euro delineano un quadro di forte criticità per l’intero settore.
Alla luce di questo scenario, il tema delle politiche di adattamento assume una centralità crescente, imponendo una distinzione tra interventi di medio periodo, orientati alla gestione del rischio, e strategie di lungo periodo, volte alla trasformazione strutturale dei sistemi agricoli. Nel caso dell’Emilia-Romagna, le priorità di medio termine riguardano il rafforzamento delle infrastrutture idrauliche e la manutenzione del reticolo idrografico, l’adozione diffusa di sistemi di drenaggio avanzati e il ripristino della funzionalità dei suoli attraverso pratiche agronomiche conservative. A ciò si affianca la necessità di potenziare gli strumenti assicurativi e i fondi mutualistici, in modo da mitigare gli effetti economici degli eventi più distruttivi. In Puglia, invece, le politiche di medio periodo devono concentrarsi sull’efficienza nell’uso della risorsa idrica, attraverso l’ammodernamento delle reti irrigue, la riduzione delle perdite e la diffusione di tecnologie di irrigazione di precisione, oltre alla promozione di pratiche agronomiche capaci di aumentare la capacità di ritenzione idrica dei suoli.
Sul lungo periodo, entrambe le regioni sono chiamate a intraprendere un percorso di adattamento più profondo, che implica una revisione dei modelli produttivi. In Emilia-Romagna, ciò può tradursi nella riconfigurazione del paesaggio agricolo con l’introduzione di aree di espansione controllata delle piene, nella diversificazione colturale e nella selezione di varietà più resilienti agli eccessi idrici. In Puglia, il cambiamento richiede una progressiva transizione verso sistemi colturali meno idroesigenti, l’introduzione di varietà tolleranti alla siccità e una gestione integrata delle risorse idriche che includa il riutilizzo delle acque reflue e lo sviluppo di bacini di accumulo. In entrambi i contesti, l’innovazione tecnologica, dalla sensoristica al supporto decisionale basato su dati climatici, rappresenta un elemento chiave per aumentare la capacità di adattamento delle aziende agricole.
In prospettiva, la sfida non riguarda soltanto la riduzione dei danni, ma la costruzione di un sistema agroalimentare più resiliente, capace di assorbire gli shock climatici senza compromettere la propria sostenibilità economica. Emilia-Romagna e Puglia, pur partendo da condizioni diverse, condividono la necessità di un approccio integrato che combini interventi infrastrutturali, innovazione agronomica e strumenti economici, delineando un percorso di adattamento che potrebbe rappresentare un modello di riferimento per l’intero sistema agricolo nazionale.