Editoriale: Ok il prezzo è (in)giusto


Vendiamo le nostre eccellenze a tanto, ma paghiamo poco i produttori

Ormai su queste pagine si succedono articoli ed editoriali che riportano allo scandalo che si sta perpetrando in quasi tutte le filiere agroalimentari pugliesi: prodotti top, riconosciuti dal mercato per l’alta (se non altissima) qualità e quotazioni al ribasso per i produttori. Il mercato è pura speculazione. E’ diventato un assioma, più che una voce di corridoio tra addetti ai lavori.

Tutto ciò avviene nonostante il recepimento della direttiva europea sulla messa al bando delle pratiche sleali che ha portato ad una legge ad hoc che dovrebbe (sulla carta) rendere illegale un prezzo al di sotto dei costi di produzione.

Sta succedendo col grano, è già successo per l’olio e il pomodoro, è stato teatralmente drammatico quanto accaduto nel comparto cerasicolo e sta avvenendo oggi con l’uva.

Tutti in apprensione per la filiera dell’olio… e siamo solo all’inizio

Ed è a dir poco paradossale e contradditorio: a livello internazionale esportiamo sempre di più, ci posizioniamo sempre meglio grazie alla brand reputation non solo delle cantine più blasonate, ma anche grazie al brand “Puglia”, però c’è un però: i produttori li vogliamo pagare sempre meno. E mi domando: “Perché?”. Non mi venite a rappresentare ragioni che riguardano la resa, la qualità o altro, in quanto tra gli addetti ai lavori già circolavano voci allarmanti su ciò che sarebbe accaduto e che puntualmente è successo.

Si parla di filiere etiche, di una più equa remunerazione tra i diversi anelli che la compongono, di creare valore al fine di acquisire un “plus” da redistribuire. Parliamo di posizionamenti sui mercati, di strategie di internazionalizzazione, di marketing territoriale, di impatti socio-economici diffusi.

Parliamo. Parliamo. Parliamo. Ma sulla “rizzetta” per dirla come suol dire un qualsiasi produttore agricolo, beh su quel foglio di carta c’è sempre un numero che di anno in anno continua a scendere anziché salire. E poco importa se i costi sono schizzati e non vi tedio col solito elenco, perché persino i bambini hanno imparato a memoria questa elencazione di fattori negativi che stanno pregiudicando il presente della nostra agricoltura più che il futuro. 

Sorrido quando tra i diversi capannelli di agricoltori spunta sempre la solita frase “ci vorrebbe la rivoluzione!”. Si, forse, una bella rivoluzione ci starebbe. Ma non quella che ci riporta all’immaginario collettivo dei forconi, delle barricate e via discorrendo.

No! Una rivoluzione nel modo di pensare la filiera. Ci vorrebbe un modo diverso di inquadrare le dinamiche che regolano i rapporti (di forza) tra i diversi attori che intervengono ed operano in un comparto. Se c’è una speculazione, significa che ci sono gli speculatori, persone che si arricchiscono dalle crisi di mercato create ad hoc.

Dobbiamo iniziare a lavorare tutti insieme per metterci al riparo da queste figure. E’ un po’ ciò che dicono i sindacati dei braccianti quando sostengono che il caporale si disinnesca solo creando un meccanismo virtuoso di incontro tra domanda ed offerta. Solo svuotando il caporale del proprio potere si può metterlo da parte. La stessa cosa andrebbe fatta con gli speculatori. Bisogna svuotarli del potere acquisito, anziché cercare i fantasmi andrebbe pensato un meccanismo virtuoso di matching tra la domanda e l’offerta. Certo facile a dirsi, difficile a realizzarsi. Ma è l’unica strada percorribile. Stretta, impervia, forse impraticabile. Ma è l’unica strada che ci rimane.

Editoriale a cura di Donato Fanelli    SFOGLIA LA RIVISTA

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