Editoriale | La Grande Produzione Organizzata chiede trasparenza alla GDO

Un noto proverbio recita “la terra chiede, la terra dà”. Stravolgendone il senso e flettendolo alle mie esigenze io asserisco: “l’editoriale provoca, l’editoriale ottiene”. Già, perché noto che ad ogni mia provocazione seguono reazioni, alcune indignate, alcune allineate al mio pensiero, altre addirittura che riescono a superare ciò che la fotografia del comparto intendeva rappresentare.

Entro nel merito! L’ultimo mio (infausto clicca qui) scritto intendeva stimolare una riflessione tra gli operatori della filiera dell’uva da tavola sotto una sottile pungolatura: chiediamo che venga riconosciuto il giusto remunero per le nostre produzioni, ma siamo in linea col mercato, sappiamo leggerne le dinamiche ed adattarci? Sappiamo, in sostanza fare gli imprenditori o siamo ancora agricoltori? Beh, tra le risposte che ho ricevuto o che ho letto, ce n’è una che mi ha fatto sorridere perché sottende un’altra provocazione che poi tanto provocazione non è.

Un produttore, giustamente, mi faceva notare che oggi l’anello della produzione è radiografato: si sa tutto! Ci sono tabelle su tabelle che sviscerano dati sulle coltivazioni, sulle rese quasi in tempo reale, sulle modalità e sulla frequenza di irrigazione, sull’uso dei fitofarmaci e sul rispetto dei disciplinari, sulle movimentazioni dei mezzi e sul loro consumo di carburante, sulla manodopera utilizzata e sul rispetto dei Contratti Nazionali di Lavoro, sul trasporto del personale.

E poi durante la raccolta e la vendita c’è tutto nero su bianco: quanto si è raccolto, dove e come si è stoccato il prodotto, a chi lo vendo, a quanto lo vendo, quando parte e quando arriva il carico.

Del produttore si sa tutto! Ma della Grande Distribuzione c’è tanta copiosità di dati? Ci sono altrettanti quaderni, registri, tabelle, documenti? E se si, dove sono, chi li conserva? E, soprattutto, potremmo conoscerli? Perché ormai la GDO per acquisire la merce intende sapere vita, morte e miracoli dei suoi fornitori.

Giustamente, dico, si guarda alla sostenibilità di una impresa e alla sua eticità, oltre che alla qualità delle sue produzioni e al prezzo di vendita delle stesse. Dunque perché i produttori non possono conoscere i costi di gestione e di vendita, quali sono i margini? Qual è l’etica di un gruppo e il suo rispetto non solo delle leggi, ma anche del lavoro di chi ha prodotto la qualità tanto agognata e desiderata?

Leggendo il messaggio di questo produttore ho sorriso ed al contempo riflettevo. Lui scriveva “Si chiede trasparenza ai produttori? E noi vogliamo trasparenza. Chiediamo l’applicazione di una par condicio!”. Par condicio! Perbacco: parità di condizioni. Sta tutto qui. Se c’è parità di condizioni, la partita può essere giocata in modo leale, certo ognuno tentando di perseguire il proprio interesse, massimizzando i vantaggi a valere sugli sforzi profusi. Trasparenza. Cioè se io so, se io conosco in modo preciso le regole e le modalità con le quali le stiamo applicando, posso orientare il mio comportamento.

La trasparenza è quella bussola che oggi manca, mettendo il produttore in balìa delle onde, anzi della tempesta. La trasparenza è quella bussola che può portare la nave in un porto sicuro, mettendo al riparo l’anello delle produzione dalle tempeste del mercato. Per la serie, riprendendo l’ultimo mio editoriale: la Grande Produzione Organizzata chiede trasparenza alla Grande Distribuzione Organizzata.

Auspicando che un giorno arriveremo a scrivere GPO tutto con la maiuscola, vi saluto al prossimo editoriale…o forse alla prossima provocazione!

A cura di : Donato Fanelli – Editore

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