Droni e Innovazione per l’Agricoltura: le opportunità per il domani 

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L’intervento conclusivo dell’evento “Droni e Innovazione per l’Agricoltura – Normativa, Formazione e Applicazioni sul Campo”, tenutosi il 2 luglio 2026, presso la sede Cordini di Corato (BA), ha riguardato le opportunità che i droni offrono all’agricoltura moderna. Francesco Nicolì, dottore agronomo, dottorando di ricerca presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e CEO di NIKA Srl, ha presentato le tecnologie di irrorazione e monitoraggio oggi al servizio delle aziende agricole. NIKA è uno spin-off accreditato dell’Università di Bari, nato in seno al Dipartimento di Scienze del Suolo, della Pianta e degli Alimenti, ed è al contempo una start-up innovativa. La sua attività unisce agronomia, ricerca scientifica e tecnologie, UAS e IoT, con l’obiettivo di portare l’agricoltura di precisione in campo, dal rilievo dei dati fino alla loro applicazione operativa.

Nicolì ha aperto il proprio intervento spiegando perché, oggi, l’agricoltura di precisione non sia più un’opzione ma una necessità concreta per le aziende agricole. I costi degli input produttivi sono in crescita costante, e ottimizzare ogni litro di prodotto e ogni chilo di concime distribuito diventa una leva economica diretta. A questo si aggiunge una normativa europea sempre più orientata alla sostenibilità, che spinge verso la riduzione dei fitosanitari e la tutela dell’acqua e del suolo attraverso dosaggi mirati e tracciabili. Un terzo fattore è la variabilità naturale dei campi: all’interno dello stesso appezzamento, vigore vegetativo, caratteristiche del suolo e livelli di stress delle piante non sono mai uniformi, per cui una dose distribuita in modo uguale su tutta la superficie finisce per sprecare risorse dove non servono e per non bastare dove invece sarebbero necessarie in quantità maggiori. La tecnologia oggi disponibile – sensori multispettrali e droni per la distribuzione – ha raggiunto un livello di maturità che rende finalmente praticabile ciò che pochi anni fa restava soprattutto un principio teorico.

Il metodo descritto si basa su un ciclo continuo, guidato dai dati, articolato in quattro fasi: osservazione attraverso un rilievo aereo multispettrale; prescrizione, cioè elaborare i dati raccolti in indici e mappe operative; applicazione, distribuendo input agronomici a dose variabile sulla base di quelle mappe; monitoraggio, controllando i risultati ottenuti per avviare un nuovo ciclo. Il drone, in questo schema, non è il fine dell’operazione, ma lo strumento che permette di chiudere il cerchio tra il dato raccolto e la decisione agronomica.

Il primo strumento di questo ciclo è il drone DJI Mavic 3 Multispectral, descritto come “l’occhio del sistema”: un mezzo capace di catturare simultaneamente immagini RGB ad alta risoluzione e quattro bande multispettrali distinte – verde, rosso, red edge e infrarosso vicino – che, dotato di modulo RTK per il posizionamento centimetrico, restituisce dati georeferenziati e ripetibili nel tempo. Dalla combinazione di queste bande si possono produrre diversi indici di vegetazione: l’NDVI, che misura lo stato della pianta distinguendo le zone più forti da quelle più deboli, l’NDRE, più sensibile al contenuto di clorofilla e utile per calibrare la concimazione azotata, e molti altri. Questi dati vengono elaborati sulla piattaforma DJI SmartFarm, dove ogni campo viene classificato per tipologia in modo da applicare il modello di analisi più corretto, fino a produrre ortofoto e mappe di zona che dividono l’appezzamento in aree omogenee, ciascuna associata a una dose specifica di intervento.

Le mappe di prescrizione così ottenute vengono trasferite al controller del drone di distribuzione, della serie Agras, che può operare in diverse modalità: “Route” per l’applicazione su interi campi, seminativi, ortaggi e pascoli, con riconoscimento automatico di perimetro e ostacoli; “Fruit Tree”, pensato per frutteti in cui il sistema riconosce le singole chiome e genera rotte e dosi mirate lungo il filare, riducendo la deriva e il prodotto disperso fuori bersaglio. Nicolì ha sottolineato un aspetto tecnico rilevante: è solo passando dal rilievo con la M3M che si ottiene la distribuzione a rateo variabile, perché l’Agras, utilizzato da solo, può comunque mappare e applicare, ma a dose costante. È proprio la distribuzione a rateo variabile (VRA, Variable Rate Application) il cuore del metodo: il drone modula automaticamente la quantità di prodotto erogato mentre vola, seguendo la mappa di prescrizione, distribuendone di più dove la coltura lo richiede e di meno dove non necessario. Rispetto alla dose uniforme, che tende a sprecare prodotto nelle zone più vigorose e a essere insufficiente in quelle meno vigorose, il rateo variabile consente un risparmio di prodotto e di costi, una maggiore uniformità di crescita e di resa, un minore impatto ambientale e un effetto deriva contenuto, oltre a garantire operazioni tracciate e ripetibili nel tempo. Durante l’applicazione, l’operatore mantiene il controllo in tempo reale su parametri come la portata in litri per ettaro, la dimensione delle gocce, la velocità e l’altezza di volo, l’area trattata e il prodotto effettivamente erogato.

Per la fase di distribuzione, Nicolì ha messo a confronto i due modelli della serie Agras più utilizzati: il T50, più compatto, con serbatoio da 40 litri e tramoggia di spargimento da 75 litri, pensato per frutteti, oliveti e superfici di dimensioni medie; il nuovo T100, un mezzo di maggiori dimensioni capace di irrorare, spargere e sollevare carichi con un payload operativo di 100 kg, un serbatoio di irrorazione da 100 litri e una tramoggia di spargimento da 150 litri, con una velocità operativa massima di 20 m/s e un sistema di percezione basato su LiDAR, visione a 360 gradi e radar a onde millimetriche con rilevamento fino a 60 metri, per un rilevamento attivo degli ostacoli, efficace anche ad alte velocità. Secondo le rese operative di riferimento, un drone di questa categoria può trattare mediamente circa 20 ettari all’ora su pieno campo, circa 4 ettari all’ora su frutteto o oliveto, e distribuire granulari a un ritmo di circa 1.500 kg all’ora, valori che, seppur dipendenti da coltura, dose e logistica, danno la misura di come questa tecnologia possa incidere sulla pianificazione del lavoro in azienda.

Nella seconda parte del suo intervento, Nicolì ha spostato l’attenzione dal “sistema in campo” – cioè dalla tecnologia di base ormai disponibile sul mercato – ai servizi agronomici specialistici sviluppati da NIKA, che richiedono competenze scientifiche più avanzate. Tra questi rientra l’Orchard Design 4.0, la progettazione di nuovi impianti frutticoli su un gemello digitale del terreno, costruito a partire da rilievi con drone che restituiscono un modello digitale della superficie (DSM, Digital Surface Model) e un’ortofoto georeferenziata su cui elaborare il progetto preliminare e definitivo dell’impianto. Vi sono poi l’analisi della biomassa, che stima il volume di chioma da asportare con la potatura per pianificarla e valorizzarne i residui, e l’analisi strutturale, che misura pianta per pianta altezza, volume della chioma e vigore, costruendo una mappa che orienta interventi mirati su ogni singolo albero. A questi si aggiunge l’impollinazione artificiale tramite drone, utile quando quella naturale non è sufficiente, con distribuzione mirata e uniforme del polline nelle corrette finestre fenologiche, e l’analisi dello stato idrico delle colture, che combina dati multispettrali e termici rilevati da drone con misure di riferimento strumentali e con il bilancio energetico della pianta, un approccio già testato da NIKA in casi studio condotti in California tra il 2021 e il 2024 e, più recentemente, in Puglia. Su questo fronte, Nicolì ha anche messo a confronto due indici di diagnosi multispettrale, l’NDVI e il ReCI: quest’ultimo, meno soggetto a saturazione, risulta più sensibile alla clorofilla e capace di rilevare più precocemente carenze nutrizionali e stress idrico, anticipando problemi non ancora visibili a occhio nudo. Il quadro dei servizi si completa con l’attività di ricerca e sviluppo interna, orientata a far evolvere costantemente conoscenze e tecnologie applicate al settore.

Il messaggio conclusivo dell’intervento è stato netto: la tecnologia da sola – drone, sensori, software di elaborazione – rende oggi possibile mappare, monitorare e applicare input in campo, ma è la competenza scientifico-agronomica a trasformare quel dato in una decisione operativa concreta e in un servizio utile all’azienda. Il risultato complessivo, secondo Nicolì, è un modello che unisce input ridotti, resa più uniforme, un suolo preservato dal mancato passaggio di mezzi pesanti, maggiore tempestività negli interventi anche in condizioni meteo o di terreno altrimenti proibitive, decisioni basate su misure oggettive e operazioni interamente tracciabili. Un intervento che chiude idealmente il cerchio con quanto emerso negli incontri precedenti: nella collaborazione tra NIKA, Cordini e DroniPro, pensata per accompagnare l’azienda agricola dall’acquisto del drone alla sua messa in campo nel rispetto della normativa, è incluso questo livello più avanzato di analisi e consulenza agronomica, che completa il pacchetto di servizi rivolto agli imprenditori agricoli.

Autore

  • Francesco Maldera

    Laureato in Gestione e Sviluppo Sostenibile dei Sistemi Rurali Mediterranei, sono un giovane ricercatore dell'Università di Bari. Mi occupo in particolare di arboricoltura da frutto, con un occhio sempre verso le ultime innovazioni tecniche e tecnologiche.

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