Convergenza Esterna: un pericolo da scongiurare, non riconoscerebbe il valore dell’Italia all’interno della Ue

Il Ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova nel corso della prima riunione tenutasi al Mipaaf ha dichiarato che : “le nostre priorità sono due: recuperare i tagli ipotizzati in particolare sullo sviluppo rurale; disinnescare la “mina” convergenza esterna, che comporterebbe ulteriori tagli ai pagamenti diretti. Abbiamo già colto segnali positivi anche nel Consiglio agricolo informale di Helsinki, la conferma dovremmo averla nelle prossime settimane in vista del Vertice di metà ottobre. La Pac post 2020 deve saper riconoscere le differenze delle agricolture europee, territorio per territorio. Per questo voglio attivarmi a Bruxelles perché l'agricoltura mediterranea sia non solo rispettata ma valorizzata”. Che sarebbe questa convergenza e perché rischia di penalizzare in maniera importante i nostri produttori? Il concetto di convergenza nasce per uniformare, o quanto meno avvicinare in maniera più contigua possibile, il valore dei titoli per tutti gli Stati Membri della comunità europea (convergenza esterna) e nel territorio nazionale (convergenza interna) secondo dei meccanismi di aumento e riduzione dei titoli. L’orizzonte è quello di avvicinare sempre più il valore dei titoli ad un “flat rate” o tasso fisso che possa garantire ai produttori, europei ed italiani, un pagamento diretto equo e sostenibile. Ma davvero questo concetto garantisce lo scopo primario della PAC? A mio avviso no. Il livellamento del VUN (valore unitario nazionale) dei titoli su scala europea, se fatto senza considerare gli aspetti produttivi, sociali ed economici di ogni singolo stato membro, rischia di diventare un enorme danno per le nazioni che sono caratterizzate da una produzione agricola importante. Come l’Italia per l’appunto. In Italia viene generato un quinto del valore aggiunto dell’intero sistema agricolo della UE: infatti, su un totale stimato pari a 182,3 miliardi nel 2018, l’Italia contribuisce per il 17,7%, mentre la Francia per il 17,6%, la Spagna per il 16,6% e la Germania per il 9,2% (fonte sole 24 ore). A questo dato si aggiunga che l’Italia, tra gli stati membri della UE, nonostante le produzioni importanti per qualità e quantità, riceve un sostegno relativamente limitato di sussidi. Pensare ad un sistema di pagamenti che livelli il valore del pagamento su scala uniforme per gli stati membri dell’UE significa sostanzialmente non riconoscere il grosso impatto economico che la produzione agricola italiana sortisce nei confronti di tutta la comunità europea. A quel punto il produttore danese si vedrebbe pagato, per ettaro ammissibile, il medesimo importo previsto per il produttore italiano. In questa direzione davvero la partita che si giocherà sulla prossima PAC sarà decisiva ed i produttori italiani dovranno essere tutelati a spada tratta, non solo per un discorso di patria, ma per una tutela decisiva delle produzioni di qualità che solo il nostro bel paese riesce a garantire.

Avv. Gabriele Romagnuolo

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