Caporalato, imprese e verità: la complessità che spesso non raccontiamo
Tragedie, verità e responsabilità: perché confondere imprese e caporali non aiuta la giustizia
Ogni volta che una tragedia colpisce il mondo agricolo, il dibattito pubblico sembra seguire un copione prestabilito. Prima ancora che le indagini abbiano ricostruito i fatti, prima che magistrati e forze dell’ordine abbiano accertato responsabilità e dinamiche, viene individuato un colpevole collettivo: l’agricoltura.
È una scorciatoia narrativa che produce indignazione immediata, ma che raramente aiuta a comprendere la realtà. E soprattutto rischia di compromettere la ricerca della verità e della giustizia.
Come hanno affermato i vertici del Coordinamento Agricoltori della Basilicata, il presidente Pasquale Bruno ed il vicepresidente Loris Gentile: «succede una tragedia, che fa venire il nodo in gola, e ancora prima che arrivi chi deve capire cosa è successo davvero, c’è già qualcuno che ha trovato il colpevole». Una riflessione che coglie un fenomeno sempre più frequente: la sostituzione dell’accertamento dei fatti con la costruzione immediata di una narrazione.
La prima distinzione da fare è semplice ma fondamentale: da una parte ci sono le imprese agricole, dall’altra ci sono i caporali.
Le eventuali responsabilità delle aziende devono essere accertate caso per caso, attraverso gli strumenti dello Stato di diritto. Se vi sono violazioni, omissioni, sfruttamento o comportamenti illeciti, devono essere perseguiti con rigore. Nessuno può chiedere sconti o zone franche. Sarebbe un errore grave trasformare il garantismo in assoluzione preventiva.
Ma altra cosa sono i caporali: soggetti che organizzano e controllano illegalmente il reclutamento della manodopera, che costruiscono il proprio potere sulla vulnerabilità delle persone, che spesso lucrano sulla disperazione, sulla paura e sull’assenza di alternative. Quando emerge un sistema criminale di intermediazione illegale, è lì che va individuato il cuore del problema.
Confondere questi due piani significa fare un favore proprio a chi prospera nell’illegalità.
Perché quando l’attenzione pubblica si concentra esclusivamente sull’agricoltore come figura simbolica del male assoluto, il rischio è quello di rendere invisibile il ruolo delle organizzazioni che controllano trasporti, alloggi, reclutamento e gestione quotidiana di migliaia di lavoratori. Organizzazioni che spesso operano come veri sistemi paralleli, sostituendosi allo Stato e alimentando condizioni di dipendenza economica e sociale.
La lotta al caporalato richiede infatti una comprensione più profonda delle sue radici.
Il caporale non vende soltanto lavoro. Vende trasporto. Vende un posto letto. Vende documenti. Vende protezione. Talvolta controlla intere comunità di lavoratori attraverso rapporti di dipendenza che nulla hanno a che vedere con la normale organizzazione aziendale.
Per questo motivo erodere il potere dei caporali significa sottrarre loro queste funzioni.
Servono reti di trasporto dedicate ai lavoratori stagionali. Servono sistemi abitativi dignitosi e controllati. Servono strumenti di incontro tra domanda e offerta di lavoro più rapidi ed efficienti. Serve una presenza dello Stato capace di occupare gli spazi che oggi vengono riempiti dall’intermediazione illegale.
Ridurre tutto alla contrapposizione tra imprenditori e lavoratori significa non vedere il vero nemico.
La realtà, inoltre, è molto più complessa di quanto spesso venga raccontato.
Esistono aziende che operano nell’illegalità e che devono essere colpite senza esitazioni. Ma esistono anche alcuni meccanismi distorti coinvolgono più soggetti e non possono essere affrontati soltanto attraverso la ricerca di un colpevole unico.
Esistono persone che arrivano in Italia attraverso il Decreto Flussi dopo essere state truffate da intermediari senza scrupoli nei Paesi di origine. Ma esistono anche casi di lavoratori che, una volta ottenuto l’ingresso regolare, si allontanano volontariamente dalle aziende che ne hanno richiesto l’assunzione per cercare altre opportunità. Ignorare una parte della realtà significa costruire politiche inefficaci.
Esistono situazioni abitative indegne che richiedono interventi immediati. Ma esistono anche fenomeni di subaffitto abusivo e sovraffollamento organizzati all’interno delle stesse comunità di immigrati. Anche questo fa parte del problema.
Accanto a migliaia di lavoratori onesti che affrontano sacrifici enormi per sostenere le proprie famiglie, operano inoltre soggetti che alimentano traffici di droga e altre attività criminali. Alcuni fanno uso di sostanze per sopportare la fatica, altri per ragioni completamente estranee al lavoro. Sono fenomeni diversi che richiedono risposte diverse.
La semplificazione mediatica tende invece a schiacciare tutto dentro un’unica narrazione, come sottolineano Bruno e Gentile: «Apri il giornale, accendi la televisione, scorri il telefono: caporalato, sfruttamento, fragole. Fine della storia». Una provocazione che richiama l’attenzione su un problema reale: la tendenza a trasformare vicende ancora da chiarire in sentenze già definitive.
Eppure, come ricorda lo stesso coordinamento del movimento lucano, «le indagini sono appena iniziate, le domande sono ancora tutte sul tavolo, eppure la sentenza è già stata scritta». È un richiamo che dovrebbe valere per tutti, indipendentemente dalle opinioni personali o dalle posizioni ideologiche.
In questo quadro, appare particolarmente importante rafforzare gli strumenti di integrazione e di stabilizzazione sociale. I ricongiungimenti familiari non rappresentano soltanto una misura umanitaria; costituiscono anche uno strumento di prevenzione dello sfruttamento. Un lavoratore inserito in un contesto familiare stabile è generalmente meno esposto ai ricatti, alle dipendenze e alle forme di controllo che alimentano il potere dei caporali. Ridurre questi strumenti rischia di aumentare l’isolamento e la vulnerabilità delle persone più fragili.
L’obiettivo deve essere quello di costruire una filiera più trasparente, più legale e più giusta. Ma per riuscirci occorre partire da un principio fondamentale: la giustizia non può essere sostituita dalla gogna.
Le responsabilità delle imprese devono essere accertate dai magistrati e dagli organi competenti. I comportamenti criminali devono essere perseguiti senza sconti. Ma chi utilizza una tragedia per trasformare un intero settore in un imputato collettivo finisce per colpire migliaia di aziende che nulla hanno a che fare con i fatti contestati.
E soprattutto rischia di distogliere l’attenzione da coloro che, troppo spesso, sono i veri protagonisti di queste vicende: i caporali, autori di un sistema criminale che prospera nelle fragilità sociali, nelle carenze dei servizi e nelle zone grigie che lo Stato non è ancora riuscito a presidiare.
Perché, come ricorda efficacemente il Coordinamento degli Agricoltori della Basilicata, «la verità dovrebbe avere il diritto di arrivare per prima». E ancora: «la giustizia non si fa con gli slogan e la verità non cresce nei campi dei luoghi comuni».
Un principio che dovrebbe guidare chi indaga, chi informa e chi commenta. Soprattutto quando in gioco ci sono vite umane, la dignità del lavoro e il futuro di un intero comparto produttivo.