Biologico italiano: opportunità concrete… ma la sfida climatica mette tutto in gioco?

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Negli ultimi anni il biologico in Italia ha mostrato una dinamica di crescita che va ben oltre il semplice segmento di nicchia: l’agricoltura biologica è diventata una parte strutturale del sistema agroalimentare nazionale, con prospettive di sviluppo che interessano produttori, industria agroalimentare, distribuzione e consumatori. Questi cambiamenti, uniti alla possibile introduzione di un marchio nazionale del biologico, aprono opportunità economiche e strategiche. E tuttavia, di fronte ai crescenti impatti dei cambiamenti climatici, è lecito chiedersi: si può davvero fare biologico domani?

Nel 2024 la superficie agricola utilizzata (SAU) a biologico in Italia ha superato 2,5 milioni di ettari, pari a oltre il 20% della SAU totale, consolidando il nostro Paese tra i leader europei nella transizione verso pratiche più sostenibili. Questi valori avvicinano l’Italia all’obiettivo di 25% di superficie biologica previsto dal Green Deal europeo per il 2030 e riflettono un trend di crescita costante da oltre un decennio.

Dal lato economico, il mercato domestico del biologico italiano è robusto e in espansione. Le vendite nel 2024 hanno superato 6,5 miliardi di euro, con un incremento a doppia cifra rispetto agli anni precedenti e un contributo sempre più forte dell’export, che ha registrato una crescita di circa il 7%. Altri osservatori indicano addirittura valori complessivi più alti se si includono tutti i segmenti della filiera bio, con trend positivi su scala globale.

Questi numeri confermano che un marchio italiano dedicato al biologico potrebbe avere un ruolo potente: non solo come strumento di comunicazione della qualità e dell’identità del Made in Italy, ma come leva per rafforzare la fiducia del consumatore, distinguere i prodotti italiani da quelli importati e supportare la crescita del valore aggiunto lungo tutta la filiera. Il marchio può essere un asset strategico anche per le esportazioni, aiutando a consolidare la reputazione dei prodotti italiani nei mercati internazionali dove la domanda di alimenti biologici continua a crescere.

Sul fronte produttivo, l’attenzione al biologico non è più un fenomeno limitato a poche colture: oltre a seminativi, prati e pascoli, sono aumentate anche superfici significative in colture permanenti come olivi, con imprenditori che si orientano verso pratiche bio anche per rispondere a dinamiche di mercato positive, nonostante costi di produzione più elevati.

Tuttavia, il contesto in cui si muove il biologico è segnato da un fenomeno dirompente: i cambiamenti climatici. Secondo l’Istituto nazionale di statistica, produzioni agricole chiave come vite, frutta e olio hanno subito contrazioni significative nel 2023 a causa di eventi climatici estremi sempre più frequenti e intensi, con impatti visibili sulla produttività complessiva delle aziende. Questo solleva una domanda provocatoria e autentica per chi pensa di investire sul biologico: in un clima che cambia velocemente, è realistico aspettarsi che un modello di produzione basato su input naturali e senza chimica di sintesi possa reggere, anzi prosperare?

La risposta non è semplice e non può essere sbrigativa. Il biologico, per sua natura, punta a sistemi agricoli più resilienti grazie alla diversificazione delle colture, alla tutela della fertilità del suolo e alla riduzione degli impatti ambientali. Queste caratteristiche, se ben integrate con pratiche di agricoltura rigenerativa e con uso intelligente dei dati di monitoraggio, possono effettivamente contribuire a mitigare alcuni effetti del clima estremo. La ricerca agronomica e le innovazioni tecnologiche – come l’uso di sensori, sistemi di previsione meteo avanzati e tecniche di conservazione dell’umidità del suolo – possono aiutare a migliorare la resilienza delle coltivazioni biologiche.

Detto ciò, il biologico non è una soluzione magica: richiede investimenti in conoscenza, formazione, infrastrutture e gestione del rischio climatico. La variabilità meteorologica crescente impone strumenti di adattamento efficienti, e le imprese agricole devono poter contare su reti di supporto che includano ricerca pubblica, politiche pubbliche mirate e, appunto, un marchio nazionale forte che incentivi non solo la produzione, ma anche la fiducia del mercato e la remunerazione equa del lavoro.

In conclusione, il biologico in Italia oggi offre numeri solidi, riconoscimento internazionale e prospettive di crescita. Il potenziale di un marchio italiano che certifichi e valorizzi il bio è significativo, con ricadute positive per produttori e consumatori. Tuttavia, l’opportunità sarà completamente realizzabile solo nella misura in cui il settore saprà rispondere alle nuove sfide climatiche con soluzioni agroecologiche robuste e con un sistema di governance che sostenga l’innovazione, la resilienza e la competitività nel lungo periodo.

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