Alle fiere bisogna partecipare , ma policy maker e occasioni di business dove sono ?

Ancora una volta tornato dal Macfrut mi sono trovato a riflettere sulle manifestazioni fieristiche nell’era post Covid. La pandemia ci ha mostrato che avevamo già gli strumenti per cambiare la metodologia e gli approcci nelle relazioni, sia sociali che economiche. Tuttavia, pochi anni dopo siamo tornati al nostro modo di vivere, rimettendo al centro la fisicità, quell’ “in-presenza” che è più obbligo che necessità. E più vado avanti e sono convinto che questa affermazione può adattarsi alle fiere che oggi richiedono la presenza più per obbligo che per esigenza reale. Sorrido quando passeggiando con qualche amico operatore all’interno dei padiglioni fieristici: ci si chiede “oh, ma Tizio quest’anno non c’è? cosa gli sarà successo?”. Sorrido perchè ci viene naturale questo pensiero, senza magari riflettere sul fatto che Tizio semplicemente non ha ritenuto strategico fare un investimento in una kermesse che continua a portare avanti il proprio format. E mi fa piacere che gli organizzatori del Macfrut a cancelli ormai chiusi abbiano divulgato cifre da capogiro sia nelle presenze che negli utili offerti a Cesena Fiera. Tuttavia il mio ragionamento, e su questo vorrei evitare fraintendimenti, non è quello se è utile o meno un appuntamento fieristico qualsiasi dedicato all’ortofrutta. Assolutamente no! Quello su cui voglio puntare l’attenzione è, invece, sul modello di queste fiere che sono utili a rinsaldare relazioni, a scambiarsi opinioni in maniera abbastanza random, scollegata da qualsivoglia progetto pianificatorio. Io un’idea me la sono fatta sulle ragioni di questa mancanza di capacità di fare sintesi: manca una vera e propria regia, che sia ministeriale o regionale. Le istituzioni preposte delegano sempre più verso l’esterno l’onere organizzativo di collettive o momenti convegnistici, ma così facendo rinunciano al loro ruolo di policy maker. Mi chiedo: se non si intercettano gli umori dei produttori, se non si ascoltano le istanze, se non si raccolgono feedback da tutti i portatori di interesse … la fiera cosa rimane? Una passerella, ecco la risposta…una semplice passerella. Una battuta prego, per i microfoni? Un soliloquio in conferenza stampa per poi dire “devo scappare, ho un aereo per Bruxelles (eh sì, Bruxelles è la panacea per tutti i mali e per tutte le domande)! E poi c’è un’altra grave mancanza delle rassegna Made in Italy, ovvero il far passare il lato business in secondo piano, cosa invece prioritaria in altre realtà come quella di Berlino o Madrid in cui si creano i presupposti per nuove relazioni commerciali che aprono mercati e canali.
Sarò idealista, ma io credo ancora che l’agricoltura possa avere un futuro con la F maiuscola se solo si mettono da parte gli interessi dei pochi per i vantaggi dei molti. Quei molti che continuano, tuttavia, ad acquistare spazi, a stampare brochure, a pagare consulenti ed esperti, per venire a chiacchierare con i colleghi. E allora se l’intento deve essere quello di creare i presupposti per un upgrade nella cultura imprenditoriale, nell’elaborare focus, nel condividere dati indispensabili per fare impresa, beh in questo caso c’è bisogno di altro. Non è basta strappare i ticket, sempre uno in più dell’anno precedente per decretare il successo di una manifestazione. Non sono questi i numeri che dicono se un evento è utile al comparto, utile in senso strategico.

EDITORIALE A CURA DI DONATO FANELLI

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