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Agroalimentare: “Niente più catene #bastapratichesleali !”

by Foglie TV

Basterà la legge sulle pratiche sleali a riequilibrare le posizioni nella filiera agroalimentare?

Senza un intervento dei policy maker che vada a regolamentare i mercati attivando scudi contro le speculazioni (interne ed esterne) si sarà fatto poco per valorizzare il vero prodotto Made in Italy, anche e soprattutto in termini economici

L’Italia ha recepito (insieme alla Francia) le richieste europee promulgando una legge che andasse a tutelare il comparto agroalimentare dalle pratiche sleali, applicate molto spesso dalla Grande Distribuzione.

Finalmente, da dicembre, gli operatori hanno una lista nera di condotte scorrette, utile per uscire da un cul-de-sàc che l’aveva stretta in una condizione di inferiorità derivante da uno squilibrio di posizione e di forza contrattuale. Con la norma si interviene anche sui ritardi di pagamento delle forniture e sulle modifiche non concordate dei contratti, fino ai mancati pagamenti per i prodotti invenduti, cercando di riequilibrare i rapporti con la GDO. Ragionando su un piano meramente logico la legge può apparire ovvia, in alcune sue proposizioni.

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Tuttavia la sua applicazione non va data per scontata, perché adesso bisogna lavorare “sugli” operatori delle diverse filiere agroalimentari attraverso una operazione culturale. Sul sito istituzionale del Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali (www.politicheagricole.it) è presente la pagina “Pratiche sleali” con le indicazioni e le istruzioni per presentare segnalazioni di abusi e azioni scorrette, sia tra imprese che in materia di commercializzazione dei prodotti agricoli. Come previsto dal decreto, l’Autorità nazionale incaricata di vigilare sul rispetto delle disposizioni che ineriscono pratiche commerciali sleali nei rapporti tra imprese nella filiera agricola e alimentare  (nonché dell’articolo 7 della legge 22 aprile 2021, n. 53 in materia di commercializzazione dei prodotti agricoli e alimentari) è l’ICQRF (Dipartimento dell’Ispettorato Centrale della tutela della Qualità e Repressione Frodi dei prodotti agroalimentari del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali). Un aspetto interessante deriva dalla possibilità di mantenere l’anonimato di chi denuncia tali vessazioni dando, così, la possibilità alle associazioni di rappresentanza di presentare le denunce per conto dei propri soci. 

Il nostro editore Donato Fanelli pone una domanda semplice, quanto provocatoria: In Italia basterà questa legge a riequilibrare le posizioni all’interno della filiera integrata? Basterà questa legge per redistribuire il valore lungo tutto gli anelli, dando il giusto ristoro economico a tutti gli attori/operatori economici che vi partecipano? Come tutti sanno in questo frangente storico produttori e trasformatori sono stretti nella morsa tra costi di produzione/trasformazione schizzati nell’iperuranio e prezzi di vendita al ribasso. Senza un intervento dei policy maker che vada a regolamentare i mercati attivando scudi contro le speculazioni (interne ed esterne) si sarà fatto poco per valorizzare il vero prodotto Made in Italy, anche e soprattutto in termini economici. Tutti aspettando il bando sugli Accordi di Filiera.

Ciò a buon ragione. Ma la speranza è quella che si attivino filiere realmente performanti, realmente impattanti sulle economie locali, realmente sostenibili. Senza filiere realmente redditizie per tutti, l’agroalimentare italiano ha già le ore contate.

L’APPROFONDIMENTO

Con pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto legislativo in attuazione della Direttiva Ue sulle pratiche commerciali sleali l’Italia, insieme alla Francia, diventa l’unico paese europeo che mette al bando le aste al doppio ribasso sui prodotti alimentari, insieme ad altre 15 pratiche sleali che danneggiano i produttori agricoli e gli operatori agroalimentari. 

  • COSA SONO LE ASTE AL RIBASSO – In passato, soprattutto per prodotti come la passata di pomodoro, l’olio, il caffè, i legumi e la verdura, alcune insegne della Grande Distribuzione hanno fatto ricorso alle aste elettroniche inverse (cosiddette aste al doppio ribasso). Il meccanismo era semplice, quanto perverso: con una mail si invitavano i produttori a elaborare una offerta per un determinato stock di merce. Acquisite le offerte il compratore convocava tutti i venditori per formulare un prezzo al ribasso, partendo come base d’asta dall’offerta più bassa acquisita tramite mail. Il risultato era che chi vendeva lo faceva, quasi sempre, andando sotto i costi di produzione. 
  • LE ALTRE PRATICHE SLEALI – Oggi, invece, la situazione, almeno sulla carta, è diversa. il cuore del Decreto è l’articolo 5 che individua ulteriori pratiche commerciali vietate a livello nazionale, andando a rafforzare il quadro normativo già esistente in materia (articolo 62, comma 2, del decreto legge n. 1 del 2012 e decreto del Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali 19 ottobre 2012, n. 199) ed allargando il raggio di azione. L’articolo 5, infatti, vieta anche l’imposizione di condizioni contrattuali eccessivamente gravose per il venditore, compresa quella di vendere prodotti agricoli e alimentari a prezzi palesemente al di sotto dei costi di produzione, obbliga le parti alla sottoscrizione di un contratto che abbia ad oggetto la cessione di prodotti agricoli e alimentari e che sia stipulato per iscritto prima della consegna andando ad indicare alcuni elementi essenziali (prezzo, quantità e la qualità dei prodotti, calendario delle consegne, durata del contratto, procedure di pagamento, modalità per la consegna dei prodotti e le norme applicabili in caso di forza maggiore). 
  • IL RUOLO DI ISMEA – Con riferimento ai prezzi, il comma 2 prevede un parametro medio, ancorato ai prezzi elaborati mensilmente dall’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (Ismea). Il ruolo di Ismea quello di calcolare i costi di produzione al fine di dare un riferimento all’azione ispettiva della repressione frodi (CQRF) che è il soggetto incarico nell’applicazione della direttiva. 
  • LA SITUAZIONE IN PUGLIA – La domanda per le filiera agroalimentari pugliesi è: basterà l’applicazione della direttiva europea a risolvere i problemi di alcuni comparti? Il settore agroalimentare oggi fa i conti con costi di produzione aumentati in maniera vertiginosa. Un esempio su tutti il rincaro dell’80% del prezzo dei fertilizzanti. A far schizzare verso l’alto i prezzi sono stati gli aumenti delle materie prime, dell’energia, del gas e dei trasporti. L’aumento dei carburanti ha condizionato, di riflesso, le quote dei trasporti, dei servizi, degli imballaggi.
  • IL PREZZO NON E’ GIUSTO – In questi ultimi mesi in Puglia si sta facendo i conti con il prezzo del latte o con quello delle olive. Sul primo fronte la battaglia è quella di incrementare il prezzo di vendita alla stalla di 4-5 centesimi; nel secondo quello di evitare la caduta libera del prezzo delle olive, nonostante le previsioni di raccolta delineano una situazione di penuria di prodotto sul mercato, con all’orizzonte lo spettro di importazioni da Grecia, Tunisia e Marocco. La filiera dell’uva da tavola sta vivendo problemi analoghi: i produttori hanno temporeggiato nel terminare le operazioni di raccolta, aspettando un prezzo di vendita in linea con le aspettative, col risultato che gli ultimi eventi calamitosi hanno distrutto ciò che ne rimaneva, mentre si importava da Cile e Perù. In passato i cerasicoltori sono arrivati all’eclatante gesto di distruggere il raccolto in strada per attrarre l’attenzione, ma la situazione è rimasta invariata. 
  • E LE IMPORTAZIONI SELVAGGE? – Dopo la legge sulle pratiche sleali, forse è il caso di normare anche le importazioni selvagge che destabilizzano il mercato proprio durante la fase di raccolta, con il fine di porre in essere speculazioni che danneggiano i produttori.

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Articolo a cura della Redazione di Foglie TV
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