Agricoltura invisibile: braccianti, imprese e filiera tra lavoro nero e sicurezza
Ci sono vite che scorrono ai margini del nostro sguardo. Non perché siano lontane, ma perché abbiamo imparato a non vederle.
Se non lo avete capito siamo noi gli invisibili dell’agricoltura che insieme ai braccianti che ci alziamo alle due del mattino, quando le nostre città dormono ancora.
Gli invisibili, noi, li vediamo. Furgoni sovraffollati per affrontare quelli che qualcuno potrebbe definire “viaggi della speranza”. Ma la speranza, in questo caso, non è quella di una vita migliore. Sono uomini e donne che raccolgono il cibo che arriva sulle nostre tavole, eppure restano fuori dal racconto pubblico. Per voi diventano visibili soltanto quando accade una tragedia. Come quella dei braccianti morti o feriti durante il lavoro. Episodi diversi, certo, ma accomunati da un filo inquietante: la violenza che si abbatte su chi occupa gli ultimi gradini della scala sociale, su chi lavora molto e conta poco.
Ma gli invisibili non sono soltanto i lavoratori più fragili. È la gran parte del mondo agricolo che raramente trova spazio nel dibattito pubblico: quella dei piccoli e medi agricoltori che condividono quotidianamente con i propri collaboratori la fatica del lavoro nei campi. Donne e uomini che non osservano l’attività agricola da lontano, ma che lavorano fianco a fianco con i dipendenti, affrontando le stesse temperature estreme, gli stessi rischi e le stesse incertezze.
Anche loro diventano visibili quasi esclusivamente quando accade qualcosa di grave. Dietro ogni statistica c’è una persona, una famiglia, un’impresa che rischia di scomparire insieme a chi la conduceva.
Per questo è importante evitare letture semplicistiche che contrappongano lavoratori e imprese. L’agricoltura sana vive di interessi convergenti, non contrapposti. Chi lavora nei campi ha tutto il diritto di operare in condizioni sicure e dignitose. E chi guida un’azienda agricola ha tutto l’interesse a tutelare la salute dei propri collaboratori e la propria. Nessun imprenditore serio vuole vedere persone lavorare nelle ore più pericolose delle giornate segnate dalle ondate di calore. Nessun imprenditore ha interesse a mettere a rischio la vita di chi contribuisce al futuro della sua azienda.
La domanda che dovremmo porci, allora, non riguarda soltanto i singoli fatti. La vera domanda è un’altra: che fine rischia di fare una società che non vede i propri mali e non riconosce chi, ogni giorno, produce il suo benessere?
Da anni assistiamo a un paradosso che si ripete. Comunità che denunciano problemi di sicurezza, degrado e marginalità.
Tutti riconoscono che servono alloggi dignitosi per i lavoratori stagionali. Tutti concordano sulla necessità di superare ghetti e insediamenti informali. Poi però, quando si propone di investire risorse pubbliche per realizzare una foresteria, emergono resistenze, paure, distinguo.
Magari quella struttura sorgerà nel proprio Comune e ospiterà lavoratori che andranno a prestare servizio nel Comune limitrofo. E allora qualcuno si chiede perché dovrebbe farsene carico. È una domanda comprensibile, ma profondamente sbagliata. Perché il lavoro agricolo non conosce confini amministrativi. I flussi di manodopera attraversano territori, province, distretti produttivi. Pensare di affrontare il problema entro i limiti del proprio campanile significa semplicemente rinunciare a risolverlo.
Per questo servono politiche inclusive serie, non slogan.
Servono alloggi adeguati, perché la dignità passa anzitutto dal diritto ad avere un luogo sicuro in cui vivere. Servono sistemi di trasporto efficienti e controllati, perché nessuno debba affidare la propria vita ai furgoni del caporale. Serve un’intermediazione pubblica e trasparente della domanda di lavoro, capace di mettere in contatto imprese e lavoratori senza lasciare spazio a chi prospera sul bisogno e sulla disperazione. Servono investimenti nella sicurezza, nella formazione e nell’innovazione tecnologica, affinché ogni persona che entra in un campo o sale su un mezzo agricolo possa tornare a casa sana e salva.
È questa la vera alternativa al caporalato. Ed è questa la vera cultura della sicurezza.
Uno Stato di diritto non può limitarsi a intervenire quando il sangue è già stato versato. Non può lasciare che a parlare sia la voce della violenza del caporale, che per dare un esempio umilia, minaccia e, nei casi più estremi, uccide. Lo Stato deve farsi sentire prima. Certamente con la repressione, che resta indispensabile. Ma soprattutto con la proposta, con la presenza, con la concretezza.
Per fare questo, però, occorre conoscere la materia. Occorre entrare nei problemi, comprenderne le dinamiche, ascoltare i territori, le imprese sane, le organizzazioni sindacali, il terzo settore, gli amministratori locali e gli stessi lavoratori. Occorre abbandonare la superficie delle dichiarazioni e affrontare la profondità delle questioni.
Alla retorica bisogna sostituire l’operatività.
E l’operatività richiede il coinvolgimento di tutti.
Delle istituzioni, chiamate a programmare e investire. Delle comunità, chiamate a superare paure e diffidenze. Delle imprese, chiamate a scegliere sempre la strada della legalità e della sicurezza. E dei consumatori, che non possono continuare a pretendere prezzi sempre più bassi senza interrogarsi sul costo umano che talvolta si nasconde dietro una cassetta di pomodori o una consegna a domicilio.
Gli invisibili non chiedono privilegi. Chiedono di essere visti. Tutti gli invisibili, senza distinguo di nazionalità, posizione, ruolo…
Perché una democrazia si misura anche da questo: dalla capacità di riconoscere chi lavora nell’ombra e di garantire che nessuno debba rischiare la vita per guadagnarsi da vivere. Lavoratori e imprenditori agricoli, ciascuno nel proprio ruolo, condividono ogni giorno una responsabilità comune: produrre cibo, custodire il territorio e sostenere un settore strategico per il Paese.
Ma il concetto di invisibilità deve riguardare anche tutti coloro i quali sono costretti ad abbassare troppe volte la testa per rimanere nella GdO. L’invisibilità è trasversale e ad operare nel nero (o nel grigio) alcune volte non sono soltanto imprese agricole non sane, ma operatori della filiera che l’etica la espongono in bella vista con le certificazioni, chiusa in una teca.
Quando smettiamo di vedere gli ultimi, ma anche chi silenziosamente si assume il peso di fare impresa in agricoltura, in realtà stiamo smettendo di vedere noi stessi. E una società che perde la capacità di guardarsi dentro finisce inevitabilmente per diventare cieca anche davanti al proprio futuro.