Frutta, è invasione di pesche spagnole con il +66% di arrivi

Il “mistero” delle pesche e nettarine spagnole. A parole nessuno le cerca, nessuno le compra, nessuno le mangia, tutti i distributori si dicono assolutamente attenti al prodotto nazionale, presente in abbondanza di tutte le qualità e per tutte le tasche, eppure la crescita del prodotto di importazione dalla Spagna è tumultuosa, avendo fatto registrare, nel 2018, un +66% da prima dell’embargo russo.

 

Ebbene sì, altro che apertura di nuovi mercati dove destinare i prodotti che non potevano più raggiungere il mercato russo, altro che missioni del Commissario Ue per aprire nuove destinazioni extra-Unione Europea. Dopo 4 anni, possiamo tranquillamente dire che per le pesche e nettarine europee nessun nuovo mercato è stato aperto (l’Ue, che ne esportava oltre 3.000.000 q nel 2014, nel 2018 ha esportato solo 1.500.000 q di pesche e nettarine fuori dal proprio territorio), ma si è invece consumata una lotta interna in cui le pesche e nettarine spagnole hanno aggredito i mercati dei partner comunitari.

 

Sono state infatti oltre 1.030.000 q le pesche e le nettarine spagnole importate dall’Italia nel 2018, in crescita del 66% dopo l’embargo russo (erano 449.640 q nel 2012). La Spagna dunque, invece di cercare nuovi mercati extra-Ue, ha aggredito il mercato italiano con la complicità della distribuzione, grande e piccola che sia.

La stessa Spagna che dal 2010 ad oggi ha praticamente raddoppiato la propria produzione di pesche e nettarine, tonde e piatte, passando da 7.000.000 q ad oltre 13.000.000 q (mentre l’Italia passava da 15.000.000 q a 12.000.000 q di produzione), Spagna che poi parla di crisi di mercato, di prezzi bassi e di espianti!

 

Ma dove finiscono tutte queste pesche e nettarine spagnole? Per carità, molte sono correttamente commercializzate con la loro identità. Ma se non si mette niente, se non c’è scritto nulla, vuoi che il consumatore pensi che non siano italiane? Qualche esempio? Nei mercati rionali e settimanali, in giro per l’Italia, sono diventati sempre più rari i cartellini con l’origine, ovvero il luogo di coltivazione, obbligatori per il prodotto sfuso.

 

I nuovi fruttivendoli che aprono in tutte le città frutterie h-24, hanno qualche problema con la lingua italiana parlata, figuriamoci con quella scritta: tanta manna se c’è il prezzo. Nella grande distribuzione c’è ancora qualche distratto che non si accorge che sotto il cartello che richiama l’attenzione del consumatore alle pesche e nettarine italiane, è finita una pedana di prodotto spagnolo (è arrivata questa mattina e non mi sono ricordato di cambiare il cartello)!

Distrazione, diranno i più indulgenti. Certo che se ci fosse qualche controllo in più al dettaglio, forse qualcuno starebbe più attento. Sì, perché quella che è distrazione, se riscontrata da un pubblico ufficiale, diventa un reato.

 

Come per le oltre sei tonnellate di patate, angurie, meloni e finocchi che sono stati sequestrati al Centro agroalimentare di Roma nel corso di un’operazione organizzata dai Carabinieri del Reparto Tutela Agroalimentare di Roma (Rac) e dalla locale Stazione Forestale di Guidonia Montecelio unitamente a Direzione, Servizio Ispettivo e Agronomi del Car; una iniziativa su vasta scala finalizzata a verificare etichettatura e rintracciabilità dei prodotti posti in vendita.

 

E intanto il “mistero” delle pesche spagnole continua, e gli italiani che lo scorso anno se ne sono mangiate 1,7 chilogrammi a testa, neonati compresi, sono convinti di aver acquistato solo pesche italiane.

 

Fonte: Coldiretti Giovani Impresa