Cosa dice la legge contro il caporalato ?

Il caporalato configura una reato previsto dall’articolo 603 bis del codice penale, poi rimodulato nel 2016 dalla legge 199 (la cosiddetta legge sul caporalato). Il testo prevede sanzioni sia per i reclutatori che per i datori di lavoro coinvolti nell’utilizzo della manodopera, con pene di reclusione da uno a sei anni e multa da 500 a 1000 euro per ogni lavoratore reclutato, con un’aggravante in caso di violenza e minacce che aumenta la reclusione da cinque a otto anni e la multa da 1000 a 2mila euro. Tra gli altri strumenti attivati ci sono la confisca obbligatoria di beni, denaro o altre utilità dei responsabili e l’obbligo di arresto in caso di flagranza del reato. Il risultato? Stando ai numeri delle autorità di controllo, il fenomeno sembra tutt’altro che spento. Sulle 7.265 aziende agricole controllate nel corso del 2017, l’Ispettorato nazionale del lavoro ha rilevato 5.222 braccianti irregolari (5.512 nel 2016), di cui 3.549 in nero (l'anno precedente erano 3.997). Il tasso di irregolarità complessivo è pari al 50%, un’azienda su due.

 

La legge avrebbe anche dovuto stimolare «iniziative per la realizzazione di funzionali ed efficienti forme di organizzazione del trasporto dei lavoratori fino al luogo di lavoro»: sistemi di trasporto sicuro per i braccianti, tesi a evitare infortuni (anche mortali) nel tragitto di andata e ritorno dai campi. Non si sono segnalati progressi particolari, mentre la stessa repressione del fenomeno è indebolita da limiti organizzativi. Ad esempio, come ha scritto il Sole 24 Ore, i controlli sui furgocini guidati dai caporali nella provincia di Foggia si concentrano nella fascia 7-13: un orario, di fatto, inutile a prevenire un via vai che scatta diverse ore prima e si conclude comunque più tardi. In tempi più recenti il ministro delle Politiche agricole Gian Marco Centinaio e il vicepremier Matteo Salvini si sono detti intenzionati a modificare la legge, accusata di «complicare e non semplificare» la gestione del fenomeno.