Il baco da seta in Trentino

Il baco da seta o filugello come più propriamente si chiama, o “cavaler” nella forma dialettale, è la larva di un insetto che produce il filo di seta avvolgendoselo attorno in piccoli bozzoli, dai quali poi viene dipanato e, successivamente, tessuto nelle industrie della seta. Il baco da seta si ciba di foglie di gelso.

 

L’allevamento del baco da seta è stato una fra le principali attività agricole del Trentino. Basti pensare che, nel secolo scorso, essa veniva esercitata nella stragrande maggioranza dei comuni rurali della provincia.

 

La storia

L’allevamento del baco da seta, in forma razionale, ebbe inizio, nel Trentino, all’incirca al principio del secolo scorso e si protrasse per quasi centocinquant’anni. L’attività fu abbandonata solo in anni recenti quando, sia la concorrenza delle sete asiatiche, sia soprattutto il diffondersi delle fibre artificiali, hanno reso non più remunerativa tale produzione.

 

L’attività di allevamento del baco da seta ha origini antichissime. Essa si riscontra in Cina già nel duemila avanti Cristo, ma si diffuse in Occidente solo molto più tardi.

I cinesi erano molto gelosi dei segreti di questa coltura e sembra che punissero addirittura con la morte che ne avesse tentato l’esportazione.

 

La leggenda dice che una principessa cinese, che andò in moglie ad un re straniero, nascose uova di baco nei capelli e le portò alla nuova dimora.

 

Il baco da seta si diffuse dalla Cina alla Corea e da questa al Giappone per essere poi portato nel Medio Oriente dove due monaci, nel 582, lo donarono all’imperatore Giustiniano di Costantinopoli. Da qui gli arabi lo portarono nella Spagna durante la loro opera di colonizzazione del Mediterraneo e, intorno all’anno mille e cento, esso giunse in Italia attraverso la Sicilia. Così che, attorno al 1500, esso venne introdotto in Valle Lagarina, allora territorio soggetto alla Serenissima Repubblica di Venezia.

 

Dalla Valle Lagarina, questa preziosa industria si propagò, a poco a poco, in tutto il Trentino: dalle Giudicarie, alla Val di Non, alla Valsugana, alla Valle dell’Avisio e infine, nel 1869, anche nel Primiero. Il clima del Trentino era ben adatto alla coltivazione del gelso e quindi l’allevamento del baco, che fu promosso dal governo austriaco.

 

La prima metà del 1800 fu l’epoca d’oro della bachicoltura trentina. Essa in pochi anni sopravanzò tutte le altre produzioni agricole. Furono piantati gelsi anche nelle valli più remote, occupando piano e colline; gli stessi alberi fruttiferi e perfino i vigneti dovettero cedere il posto a questo nuovo albero.

 

Accanto all’attività di allevamento del baco sorsero le industrie della seta. Attorno alla metà del secolo scorso, si contavano, infatti, a Rovereto e dintorni, ben quaranta filatoi che davano lavoro a oltre quattromila persone con una produzione che si aggirava sui 100 mila kg di sete rinomate in tutta Europa.

 

Al periodo di splendore della bachicoltura trentina subentrò, nella seconda metà del secolo scorso, una crisi profondissima. Le cause di questa crisi sono da ricercarsi in particolare nella concorrenza delle sete asiatiche, soprattutto dopo l’apertura dell’istmo di Suez (1869) che favorì enormemente l’importazione di prodotti serici dall’Oriente, nella diffusione di malattie che colpivano il filugello e, infine, nella perdita da parte dell’Impero austroungarico prima della Lombardia (1859) e poi del Veneto (1866) che fecero del Trentino territorio di confine con la conseguente chiusura dei mercati verso l’Italia.

 

Per far fronte a questa crisi, i produttori agricoli si riunirono in società e comitati appositi (Società agraria di Rovereto 1868, Consorzio Agrario Tridentino 1870). Scopo di queste associazioni era quello di difendere la coltivazione del gelso, di razionalizzare l’allevamento dei bachi, istruendo i contadini sulle nuove tecniche colturali e fornendo loro “il buon seme confezionato con tutta coscienza”.

 

Uno dei problemi più gravi da affrontare era infatti la produzione del seme. Questo spesso veniva venduto nelle campagne, da commercianti di poche scrupoli, già infetto o non sufficientemente selezionato, in rapporto alla crescita successiva.

 

Con sottoscrizioni fra i produttori il Comitato seme-bachi, organizzò diverse spedizioni in Medio Oriente e in Oriente, con a capo l’infaticabile don Giuseppe Grazioli, di Lavis, che avevano il compito di procurarsi seme esente da infezione, da distribuire sotto il controllo pubblico. Il successo delle spedizioni riaccese la speranza dei contadini trentini, anche se il bozzolo giapponese (verde) era qualitativamente inferiore al bozzolo indigeno (giallo). L’introduzione della selezione del seme-bachi per mezzo del microscopio, attorno al 1870, contribuì notevolmente a dare prodotto privo di infezione e a rendere i produttori trentini indipendenti dall’estero.

 

Nell’opera di difesa e di rilancio della bachicoltura trentina si distinse in particolare l’Istituto Bacologico (1883) emanazione dei precedenti comitati seme-bachi e la cui gestione fu affidata al Consiglio provinciale dell’Agricoltura.

 

L’importanza dell’allevamento del baco da seta nei primi anni del Novecento, per un paese montano e povero come il Trentino, si può ricavare anche da alcune cifre: la produzione normale di bozzoli era di 1.800.000 kg e al prezzo medio di corone 3.284 kg, essa dava un ricavo annuo, medio, di circa 6 milioni di corone.

 

L’allevamento

L’allevamento del baco da seta non è cosa facile: esso implica una serie di conoscenze e di attenzioni, prima nella fase di selezione del seme e poi in quella dell’incubazione e dell’allevamento.

 

I locali dove si fa l’allevamento devono essere ampi, ben arieggiati e asciutti, lontani da stalle e letami. E’ infatti assolutamente necessario una scrupolosa pulizia perché la maggior parte delle malattie dei bachi, ad esempio la pebrina, deriva da germi rimasti nelle attrezzature o portati dall’aria.

 

Ma la caratteristica principale dell’allevamento del baco da seta è l’equilibrio costante che, in questa attività, si deve mantenere in rapporto con la natura; equilibrio che deve tener conto dello spazio necessario alla crescita, del tempo più opportuno per l’incubazione, della quantità di gelso a disposizione, della temperatura e dell’andamento stagionale.

 

L’incubazione del seme bachi va iniziata nella primavera, a seconda di quando si prevede possano essere disponibili le prime foglie di gelso, in genere verso la metà di aprile. Il seme comincia a svilupparsi a calore superiore ai 10° C e in seguito la temperatura deve essere progressivamente aumentata e costantemente controllata sino a raggiungere il massimo di 22° C circa.

 

Per questo il luogo preferito per l’allevamento, nel passato, erano appunto le cucine dei contadini o ampi stanzoni ben asciutti. Questa attività era prevalentemente affidata alle donne. Esse, infatti, vivevano prevalentemente in casa, e anche perché spesso la maggior parte degli uomini erano emigrati.

 

La durata del periodo larvale del baco da seta è di circa 30 giorni. Le larve hanno all’inizio due o tre millimetri di lunghezza e crescono fino a sette-dieci centimetri, aumentando di circa ottomila volte il loro peso. Durante lo sviluppo devono cambiare ben quattro volte la pelle, che altrimenti non potrebbe distendersi seguendo l’enorme accrescimento del corpo: e tale operazione si chiama “muta”. Il rapporto baco e spazio è quindi estremamente importante perché durante l’allevamento i bachi hanno bisogno di respirare, di muoversi e di nutrirsi liberamente e abbondantemente. Un’oncia di semi di bachi (circa 30 grammi) ha bisogno, nelle cinque età del baco, di una graduazione progressiva dell’aumento di spazio: 4, 8, 16, 32, 64 metri quadrati. Per nutrire i bachi di un’oncia di seme si richiede ben una tonnellata di foglie di gelso.

 

Conclusioni

L’allevamento del baco, pur essendo di breve durata, comporta un’attenzione e una cura assidua e soprattutto, come si è detto, un preciso equilibrio con la natura se non si vuol compromettere la produzione. L’allevamento dei bachi trovava quindi limiti precisi di spazio e di quantità di foglie di gelso da dare in pasto ad essi e ben lo sapevano i contadini quando in certe annate la foglia del gelso era pagata a peso d’oro.

 

Il ricordare un’attività come quella dell’allevamento del baco da seta, ora estinta, non è solo la soddisfazione di una curiosità storica, ma vuole essere un preciso richiamo, soprattutto ai giovani. questi ultimi, anche se non hanno mai potuto vedere un baco da seta, sono certamente sensibili alla necessità di mantenere un corretto rapporto uomo-natura, equilibrando la produzione e quindi i redditi, in funzione delle risorse disponibili e rinnovabili.

 

DA “LE STAGIONI DELLA SOLIDARIETÀ” – L. IMPERADORI – M. NERI