Concimazione durante la seconda guerra mondiale

Per decine di secoli l’uomo ha sfruttato la natura, piegandola a suo piacimento, traendone vantaggi immediati. Il successivo sviluppo industriale e tecnologico, a partire dal diciannovesimo secolo in poi, ha contribuito a modificare non solo l’ambiente circostante ma anche la nostra visione e il nostro modo di rapportarci a esso, deteriorandolo talvolta in maniera irreversibile.

 

Il modello di sviluppo della società attuale ha portato da un lato a uno sfruttamento incontrollato delle risorse naturali e dall’altro ha fatto credere per oltre un secolo che queste risorse fossero inesauribili.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale ci fu la necessità di mantenere il potenziale produttivo dell’industria bellica, convertendo i carri armati, artiglieria pesante in trattori e le armi chimiche in fertilizzanti e pesticidi. In questo modo si è voluto subordinare il settore agricolo, fino a quel momento autosufficiente, a quello dell’industria, per aprire nuovi spazi di investimento.

 

Questo processo, che piaccia o meno, ha di fatto slegato l’agricoltura da quella che è la sua essenza naturale rendendola totalmente dipendente dall’intervento umano, meccanico e chimico in ogni sua fase e cambiando profondamente la visione della terra. Essa oggi è vista come una risorsa da normare secondo le esigenze dei mercati.

 

Oggi gran parte della produzione agricola è destinata al sostentamento degli allevamenti intensivi; questa richiesta ha incentivato così l’utilizzo di fertilizzanti sempre più sofisticati, di nuove tecnologie, tra cui la modificazione genetica. Questa tecnologia è stata fortemente finanziata dall’industria poiché le colture geneticamente modificate permettono un utilizzo molto maggiore di pesticidi e fertilizzanti: tutto ciò contribuisce all’eliminazione della biodiversità e alla diminuzione della fecondità della terra.